Conjure Utopia

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Nel corso degli ultimi anni ho ricevuto richieste di suggerimenti su come spendere il proprio tempo da persone che mi chiedevano: “ma come fai a fare tutte le cose che fai? Non ti stressi? Dove trovi il tempo?”. Rispondere esaustivamente è sempre complicato e quindi svicolo dicendo che in realtà molte delle cose che faccio non richiedono tutto questo tempo, una volta che sono avviate. Tuttavia svolgere attività cognitive in maniera efficace richiede disciplina, struttura e qualche accorgimento. Non è qualcosa che succede spontaneamente.

Ho quindi deciso di dire la mia sul tema, avendo alle spalle qualche annetto in cui sono riuscito a coniugare con soddisfazione il lavoro, la vita sentimentale, lo studio di materie tecniche, l'approfondimento di temi politici e filosofici, la stesura di diversi blog, l'attività politica in Tech Workers Coalition e marginalmente in altre organizzazioni, la creazione e gestione di diverse comunità e gruppi di studio, la palestra. Il tutto lasciando abbondante tempo per lo svago e il relax, fatto di videogiochi, club techno e buon cibo. Come vedremo in seguito, questi risultati non sono strettamente legati al mio impegno o esclusivamente una questione di merito e dedizione, ma la convergenza di tanti fattori, molti fuori dal mio controllo, che per fortuna mi permettono di avere una vita tranquilla e strutturata. Una doverosa premessa per pulire il tavolo dal dubbio che questa guida sia scritta come atto masturbatorio, come spesso accade quando certi “guru” decidono di condividere le proprie pratiche.

Di materiale sulla gestione del tempo ne esiste un'infinità, la maggior parte è spazzatura che cerca di vendere libri e corsi per offrire la speranza di trovare tempo dove non ce ne può essere, oppure per metterlo al servizio di meccanismi disfunzionali. Offrono soluzioni miracolose, oppure trucchi di qualche tipo che però quando applicati, non sembrano mai funzionare. Fa eccezione, a mio parere, il libro Deep Work di Cal Newport che ho letto alcuni anni fa e che approfondisce un buon numero delle idee che introduco in questo articolo.

Newport definisce il deep work come: “Attività professionali svolte in uno stato di concentrazione senza distrazione che spingono al limite le vostre abilità cognitive. Queste attività creano nuovo valore, migliorano le vostre abilità e sono difficili da replicare.” Il libro si concentra eccessivamente su logiche di produttività e le collega al lavoro ma, personalmente, trovo che sia solo un limite ideologico dell'autore e che buona parte dei suoi consigli siano applicabili a qualsiasi tipo di attività cognitiva intensa, a prescindere dallo scopo.

Voglio evitare di dare false illusioni ai miei lettori, che di certo non ne hanno bisogno e quindi vorrei stimolarvi con una riflessione sulla natura del tempo personale senza la quale rischierete sempre di essere vittima di materiale di self-help di scarsa qualità, dell'ansia da performance, dalla pressione che la nostra società pretende indebitamente da ognuno di noi e che tanti danni fa alla nostra psiche.

Il tempo non è tutto uguale

Ogni tanto si sente dire da qualche guru improvvisato che un giorno ha 24 ore per tutti e quindi come le usi fa la differenza su cosa riesci a fare. Questa è una cazzata. Come accennato prima, ogni persona vive in maniera diversa, ha un corpo diverso, ha una situazione abitativa e familiare diversa, ha un passato diverso e via discorrendo. Sono innumerevoli i fattori che determinano quanto tempo voi potete allocare per fare le cose che vi piacciono, per studiare ciò che vi interessa o anche solo per rilassarvi. La prima cosa da fare per costruire una routine che vi permetta di spendere il vostro tempo al meglio è evitare di fare confronti con altre persone e sperare di prendere modelli preesistenti e applicarli alla vostra realtà senza adattarli. Questo approccio è consigliabile anche nei confronti di questo stesso articolo, steso in base alla mia esperienza soggettiva e ai feedback ricevuti dalle persone che ho supportato in questi anni e con cui ho discusso questi temi.

Molto più interessante è invece imparare alcuni principi sul funzionamento del cervello umano, che, al netto di fattori di neurodiversità sempre presenti, possono aiutarvi ad allineare la vostra quotidianità ai vostri obiettivi utilizzando il tempo e le energie a vostra disposizione. Se avete un figlio, se dovete prendervi cura di un genitore malato, se avete una patologia cronica debilitante, se avete un lavoro stressante su cui non avete potere decisionale, se banalmente avete un ambiente domestico caotico, tutti questi fattori potrebbero rendere difficile se non impossibile applicare i miei consigli. Pensare il contrario vuol dire nascondere forme di privilegio che permettono ad alcune persone di avere un tempo molto strutturato e ad altre no. Non mi soffermerò qui sulle implicazioni politiche e sociali di queste ineguaglianze, ma vi invito a prenderne coscienza e gestire il vostro tempo e le vostre aspettative con la consapevolezza che vivere la produttività del proprio tempo come una competizione è un'attitudine malsana, anche e soprattutto perché sarebbe una competizione truccata.

Vediamo quindi una serie di principi che potrete adattare e comporre al vostro caso specifico e alla vostra quotidianità.

Strutturare il tempo

La prima cosa da imparare è che al tempo va data forma e colore. Dire “studio tutto il giorno” non è un buon punto di partenza. La maggior parte di noi opera meglio se il proprio tempo ha paletti chiari e ha obiettivi e scopi prefissati. Pianificare al mattino, possibilmente su carta o su schermo, una divisione della giornata per singole attività o argomenti vi solleverà dallo sforzo cognitivo di gestire l'incertezza e l'ambiguità man mano che svolgete le attività.

Dovete imporvi regole e rispettarle, anche a costo di rinunciare alla flessibilità derivata dal controllo del vostro stesso tempo. Serve una certa misura di fiducia negli effetti a lungo termine di questa pratica. Ad esempio se avete allocato due ore della vostra serata allo studio di un certo argomento ma alle 23:00 vi sentite ancora carichi per continuare, l'errore sarebbe di farlo, rompere il vincolo e dire di aver fatto tre ore invece che due. In casi di emergenza può andare bene, ma a lungo andare eroderà la vostra capacità di rispettare i vincoli e dare struttura al vostro tempo, facendovi ritornare a uno stato caotico.

Può sembrare controintuitivo poiché quando siete padroni del vostro tempo non dovete risponderne a nessuno e potete avere tutta la flessibilità necessaria per adattarvi agli eventi della giornata o ai ritmi del vostro corpo. Tuttavia questa flessibilità costa, principalmente in termini psichici. Il gesto controintuitivo da compiere è rinunciare a parte di questa flessibilità per rendere più salde la vostra capacità di suddivisione del tempo.

Io ho sempre trovato utile pensare a queste strutture come imposizione esterne su cui non ho potere. Non so quanto possa funzionare per altre persone, ma io concepisco questi e altri vincoli come imperativi che arrivano dall'alto, da un'autorità indefinita e che non mi permette di negoziare. L'autorità sono sempre io, ma in qualche modo è un altro io. Non elaborerò oltre che so già che state chiamando per un TSO.

I rituali personali

Per rispettare questi vincoli auto-imposti serve disciplina e anche la disciplina costa, tanto quanto la flessibilità. Per fortuna però abbiamo tanti modi per rendere l'auto-disciplina più semplice e tollerabile.

Abbiamo parlato nella sezione precedente della necessità di dare forma al tempo. La cosa è facile da fare su carta, assegnando ad ogni orario una specifica attività con degli obiettivi chiari, ma è più difficile da tradurre in pratica. Ci vengono quindi in soccorso i rituali personali.

Scandire un periodo con gesti e azioni precise aiuta a rinforzare la nostra percezione dello scorrere del tempo e ci aiuta a regolarizzare i ritmi. Un rituale può essere qualsiasi cosa che funzioni per voi, anche assolutamente banale, e che serva, in questo caso, a segnare l'inizio o la fine di una fase della vostra giornata o della vostra settimana.

Per esempio potete segnare l'inizio della vostra fase attiva durante la mattinata facendovi il primo caffè o una tazza di té: siete ancora in uno stato di torpore e invece di bervi il caffè assonnati al tavolo per darvi la sveglia, prendetevi il tempo necessario e quando siete pronti a partire o ad un orario preciso, tiratevi insieme e fate il caffè. Col caffè in mano, avviatevi alla vostra scrivania o al vostro tavolo da lavoro e da quel momento in poi siete in un periodo di concentrazione che idealmente si concluderà con un altro rituale, ad esempio uno snack di metà mattina. Sebbene sembri una banalità che molte persone adottano spontaneamente, non è naturale per tutti. Inoltre prendendo consapevolezza degli effetti positivi dei rituali, si possono progettare in maniera intenzionale e inventarsene e consolidarne di nuovi, sia all'interno della giornata che della settimana o del mese. Un altro esempio utile può essere un rituale da svolgere al ritorno a casa il venerdì sera come ad esempio un bagno caldo se avete la vasca o cucinare un piatto speciale che vi piace, per dare chiusura alla settimana lavorativa e l'inizio al week end, in cui non penserete al lavoro.

I rituali, come tutte le metodologie di cui parliamo qui, richiedono manutenzione ma questa necessità di manutenzione tende a calare nel tempo poiché i rituali si rinforzano, si radicano nella nostra mente e nella nostra routine fino a che non diventano quasi automatici. Rafforzandosi i rituali, si rafforza anche la struttura della vostra giornata o della vostra settimana.

Gli spazi fisici

Spesso questo tipo di guide parlano di spazi fisici concentrandosi sulla necessità di avere un luogo di lavoro ordinato, pulito, magari con un po' di piante e una buona illuminazione. Questi sono tutti elementi importanti e chi ha controllo sui propri spazi dovrebbe investire del tempo per renderli quanto più ordinati possibile. Tuttavia credo che questi fattori siano spesso sopravvalutati e presentati come cure magiche ai problemi, talvolta accompagnate a teorie bislacche sulle aragoste.

Ci interessa forse di più ragionare sugli spazi in modo diverso. Avere un'area interamente dedicata all'immersione e alla concentrazione è un elemento tanto fondamentale quanto complicato da ottenere per molti. Una situazione ideale richiederebbe una stanza intera tutta per voi e dedicata esclusivamente a un certo tipo di attività. Come per i rituali che segnano l'inizio e la fine di certe fasi del giorno, l'entrata e l'uscita dalla stanza rappresentano il passaggio verso la zona di concentrazione. Ciò permette inoltre di stabilire regole su cosa è concesso o meno nella stanza, come ad esempio portarsi dietro il cellulare.

Tuttavia la maggior parte delle situazioni abitative non permette di raggiungere questa configurazione. Avere perlomeno una scrivania propria è già un buon compromesso. Altri preferiscono avere un tavolino preferito al bar sotto casa. Altri ancora raggiungono questo mindset in spazi di coworking. Io, paradossalmente, riesco a fare questa cosa molto bene in treno o in metro, anche se raramente mi metto sui mezzi intenzionalmente solo per concentrarmi. Ognuno è diverso, ogni situazione abitativa è diversa, trovare la quadra sta a voi.

Ridurre lo sforzo mentale

Il cervello, purtroppo, è una macchina molto meno affidabile di quello che ci piacerebbe credere. Abbiamo particolare attaccamento a un'idea ingenua di funzionamento corretto del nostro cervello, fondamentalmente perché ci identifichiamo con la nostra parte conscia e allo stesso modo abbiamo il terrore delle patologie e dell'invecchiamento che possono portare a un decadimento delle nostre facoltà cognitive. Per fortuna c'è una buona notizia: il vostro cervello, già oggi, è abbastanza inaffidabile su tante cose quindi smettete di preoccuparvi di quando sarete vecchi con l'Alzheimer e imparate a convivere già da oggi coi vostri limiti.

Tutte le metodologie che abbiamo visto fino a ora, in fondo, sono un modo per supportare la vostra mente e il relativo sostrato biologico nel comportarsi in linea coi vostri desideri e obiettivi cosci. In questo processo il vostro cervello non è tanto un alleato, quanto un compagno con cui scendere a patti e da tenere in riga. La concentrazione è il risultato di una negoziazione con voi stessi in cui voi date un ambiente consono alla vostra mente per operare e in cambio non verrete disturbati dall'indesiderata intromissione di quella canzone che fa “funnee funnee monkey monkey gif funnee funeee monkey monkey gif”, dalla preoccupazione su cosa cucinare per cena o dal desiderio di rivedere una persona amata che non vedete da settimane perché è sessione d'esami. Per fortuna esistono tanti modi per scaricare su strumenti o processi i costi cognitivi che normalmente peserebbero su di voi.

Vediamone alcuni, partendo dai più banali. Tutti voi usate un'agenda, o un calendario per segnarvi gli appuntamenti presi e non doverci pensare ogni poche ore per paura di dimenticarvi. Vero? VERO? Se non è così, iniziate a prendere l'abitudine di delegare alla vostra agenda tutto ciò che ha una data e un orario e smettete di tenere le cose a mente. Controllatela alla domenica sera per ragionare sulla vostra settimana e ogni mattina per pianificare la giornata e poi dimenticatevene.

Ora, perché limitarsi agli appuntamenti? Questo processo di “delega” allo strumento, cartaceo o digitale, si può fare con tantissime cose: promemoria, idee per progetti, commesse da svolgere, piccole attività necessarie nella quotidianità. Delegando correttamente, quindi scrivendo queste cose con uno strumento affidabile e controllando la lista di cose da fare in maniera regolare e consapevole, avrete un doppio risultato: ridurrete la dispersione d'informazioni utili e ridurrete lo stress per il vostro cervello.

Prendiamo un esempio concreto: state lavorando a un capitolo del vostro romanzo personale. Un malloppone lunghissimo e pallosissimo in cui raccontate dei vostri amori passati, del vostro percorso di crescita emotiva, di come avete trovato la pace interiore iniziando un corso di Yoga e praticando l'intaglio nel legno. Una merda immonda che nessun editore vi pubblicherà mai, ma questo non ci interessa. Ci interessa invece qualcos'altro.

Mentre state raccontando di Giorgia, ragazza spigliata e brillante che vi ha prestato una penna in aula studio quando facevate il secondo anno d'Ingegneria Gestionale, decidete di farvi un tè. Andate in cucina, mettete su il bollitore, prendete una bustina di tè e aspettate che l'acqua bolla. Mentre aspettate vi sovviene che dovete prenotare una visita dal dentista per la pulizia dei denti. Ora, l'errore peggiore che potete fare è cedere alla tentazione di andare su Google a cercare un dentista vicino, con recensioni buone, alzare il telefono e chiamare. Nei 10-15 minuti necessari a fare questa cosa, avrete perso per strada tutte le cose che avevate in testa su Giorgia.

Il modo appropriato di gestire questa cosa sarebbe di scrivere nella vostra agenda o nel vostro tool per le note e i promemoria, una riga sul prenotare la pulizia dei denti. Questa attività richiede pochi secondi, sforzo mentale pressoché nullo e l'atto stesso di delegare a uno strumento affidabile, disinnescherà la preoccupazione di agire su questi pensieri la prossima volta che si presenteranno. La mattina successiva ritroverete la nota e potrete decidere di chiamare il dentista prima di mettervi a lavorare.

Distrazioni

Il meccanismo visto nella sezione precedente, in cui svolgendo un'attività vi sovviene l'idea o nasce la necessità di fare qualcos'altro, è una delle principali cause di distrazione: va riconosciuto e gestito come spiegato sopra. Prima semplicemente scribacchiando una riga da qualche parte e in seguito con sistemi più potenti, che vi facilitino l'accesso alle informazioni raccolte senza dover scavare tra lunghe liste di note disordinate. Personalmente utilizzo per tutte queste cose alcune board Notion, progettate ad hoc in base alle mie necessità. Essendo Notion un tool commerciale e closed source non voglio fare un endorsement ma tenetelo in considerazione quando inizierete ad accorgervi che volete un tool potente per gestire i vostri promemoria, eventi, attività e note in un singolo strumento che aiuti anche con la pianificazione.

Le distrazioni però non sono solamente quelle “interne” descritte in precedenza ma sono anche e soprattutto esterne. Ogni tipo di lavoro che richiede concentrazione, per definizione, è estremamente sensibile a interruzioni da parte dell'ambiente circostante. Alcune sono inevitabili ma la maggior parte possono essere eliminate o mitigate. Ragionare su cosa vi distrae e porvi rimedio, anche con scelte radicali e che vanno a impattare altre persone, è fondamentale per evitare d'impiegare mezz'ora per riprendere il filo dei vostri pensieri ogni volta che ricevete una notifica sul cellulare.

Ogni situazione è diversa e dovete essere voi a dover riconoscere le fonti delle vostre distrazioni, ponendo, magari alla sera, uno sforzo attivo nel ragionare su cosa vi ha interrotto durante la giornata. Tuttavia esistono diverse fonti di distrazione estremamente comuni che vale la pena considerare in questo articolo.

La prima sono inevitabilmente altri esseri umani. Ogni volta che vorrete immergervi nelle vostre attività partirà un biosegnale potentissimo che trasformerà l'intera umanità in un'unica coscienza planetaria con un solo obiettivo: rompervi le palle. In casa o tramite mezzi di comunicazione, per cose utili o per cose inutili, tutti vorranno mettersi in contatto con voi. Silenziare le chat, staccare il telefono di casa, stabilire limiti chiari con le persone con cui convivete sono tutte misure basilari per raggiungere l'isolamento necessario. Se non è possibile nello spazio in cui siete, potete trovarne uno alternativo come descritto in precedenza. Non sentitevi folli a prendere misure forti: è in ballo il vostro tempo e merita di essere difeso. Ovviamente cercate di comunicarlo chiaramente a chi vi sta intorno, perché è molto facile fare emergere conflitti su questo tema: negoziate il vostro tempo e ponete regole precise per evitare che ci siano fraintendimenti se decidete deliberatamente di non rispondere a una chat per alcune ore. Magari considerate di creare dei canali di emergenza se volete essere raggiunti per cose veramente urgenti.

Un'altra grande fonte di distrazione sono i device digitali, in particolare come fonte di accesso ai social media. I social media sono macchine ingegnerizzate per trasformare la vostra attenzione in soldi. La disciplina può aiutare ma è una battaglia impari: siete da soli contro orde di programmatori e designer al lavoro da anni per farvi aprire un'app anche se non volete. Anche qui, scelte radicali possono essere utili: lasciate il telefono fuori dalla stanza dove lavorate, spegnetelo, disinstallate le app dei social media. Se dovete usare un portatile, utilizzate estensioni per il browser o tool appositi che impediscano l'accesso a certi siti o limitino il tempo che ci potete passare sopra. L'obiettivo è rendere la barriera all'accesso dei contenuti che vi danno dipendenza più forte dell'impulso a distrarvi. Questo impulso, scoprirete, è molto facile da gestire quando ci provate. Doversi alzare e andare dall'altra parte della casa per controllare se avete nuove storie su Instagram spesso non ne vale la pena. Magari una volta ogni tanto succederà, ma con un gesto semplice avrete evitato di distrarvi magari alcune decine di volte. Da lì potrete solo migliorare.

Consigli di lettura

Spero con questo breve articolo di aver dato qualche spunto utile. Rinnovo l'invito a prendere questi consigli come strumenti da adattare alla vostra specifica situazione e che in nessun modo possono da soli rimediare a situazioni di scarsità di tempo dovuta a problemi personali, sociali e politici.

Vi lascio quindi con un paio di consigli di lettura. Oltre al già citato Deep Work, vi consiglio Cronofagia di Davide Mazzocco che fa il punto sul tema della politica del tempo e racconta come il tempo personale sia oggi un terreno di scontro politico e risorsa da colonizzare e sfruttare per profitto.

In questi ultimi anni avrete probabilmente letto notizie su proteste e scioperi nelle grandi aziende tecnologiche americane. Perché c'è così tanta attenzione per organizzazioni di lavoratori che producono azioni tutto sommato piccole rispetto ad esempio allo sciopero indiano che ha coinvolto circa duecento milioni di contadini ed è durato quasi un anno? Perché uno sciopero di poche centinaia di dipendenti Google o il processo di sindacalizzazione di un magazzino Amazon in Alabama ricevono visibilità e analisi in tutto il mondo?

Cercheremo in questo breve e semplice post di fornire alcuni pezzi necessari a comporre un puzzle complicato e in continua evoluzione anche dal punto di vista di chi, come me, è immerso nell'argomento. Copriremo un po' di punti sparsi necessari a comprendere questo periodo di mobilitazione dei tech worker e, magari, a parteciparvi.

Partiamo dalle basi: chi sono i tech worker? Il termine viene usato solitamente per identificare chiunque lavori direttamente per un'azienda tecnologica, come ad esempio programmatori, designer, sistemisti o magazzinieri nel caso di Amazon, oppure indirettamente, come molti rider che fanno consegne, i produttori di contenuti di Youtube o Twitch o i guidatori di Uber. In una definizione molto più ristretta, include solamente le professionalità tecniche e creative direttamente coinvolte nel processo di creazione della tecnologia. La prima definizione è più comune tra chi si occupa di questi temi mentre la seconda è usata implicitamente dai media e lentamente anche da molti lavoratori per identificarsi come categoria.

Perché quindi ricevono un trattamento speciale? Soprattutto perché lo ricevono categorie come ad esempio i programmatori che sono considerate tutto sommato benestanti se non fortemente privilegiate? Iniziamo col dire che la narrativa che riduce i tech worker ai soli programmatori e li rappresenta come ragazzini, rigorosamente maschi, geniali e strapagati, pieni di gadget tecnologici, con una passione per Star Wars e scarse skill sociali è una narrativa che di sicuro non racconta il mondo tech di oggi, né in Italia, né all'estero. Esistono indubbiamente figure di questo tipo, ma sono una frazione ridotta di un'industria che coinvolge professionalità diverse, con background e storie eterogenee, persone di tutte le età e i generi ma soprattutto lavoratori e lavoratrici con salari e condizioni di lavoro estremamente differenti tra loro, anche all'interno della stessa sotto-categoria e a parità di competenze. Il settore, in Italia come all'estero, a Palermo come a Mountain View, non è esente dai problemi comuni ad altri settori: sfruttamento, precarietà, salari bassi, caporalato (il famoso body rental di cui si parla ogni tanto in Italia) e via discorrendo.

Ciò ridimensiona la retorica che vuole i tech worker come una categoria benestante e ci dà l'idea che lo scontento sia forte anche e soprattutto per questioni materiali. A questi poi si aggiunge il malcontento di chi invece privilegiato lo è, come molti programmatori e programmatrici che per spirito di solidarietà o banalmente per mantenere il proprio benessere decidono di sindacalizzarsi da una posizione di forza. A questo si aggiungono le speranze tradite dall'industria tecnologica, che aveva promesso a queste figure di cambiare il mondo in meglio e per anni le ha fatte lavorare a cose inutili se non dannose, mentre il mondo fuori andava in pezzi.

Dicevamo: perché tanta attenzione? Possiamo identificare una serie di motivi:

  • esiste un'aspettativa che il settore tech diventi sempre più rilevante nelle economie occidentali e come successe per le rivoluzioni industriali, il livello di organizzazione dei lavoratori in queste fasi di infanzia potrà determinare grandi cambiamenti storici. Quando si iniziò ad organizzare i lavoratori nelle fabbriche nell'800 in Europa, gli operai erano una frazione esigua della popolazione, che era ancora principalmente impegnata in attività agricole. Tuttavia le esperienze di quegli anni, gli scioperi, i conflitti, le vittorie del movimento operaio furono una grande fonte di cambiamento sociale seppur coinvolgessero solo una demografia piccola ma decisiva. Anche allora esistevano persone più focalizzate su organizzare i contadini e mancando totalmente il potenziale storico che la rivoluzione industriale stava portando e così anche oggi, c'è chi vede più lontano e cerca di intuire come cambierà il mondo del lavoro negli anni a venire.

  • la presa di coscienza dei tech worker rompe numerose convinzioni che fino a qualche anno fa sembravano solide: che il lavoro tecnologico è principalmente immateriale, intangibile, etereo, troppo “puro” per avere problemi banali come i salari o le molestie in ufficio; che, come abbiamo detto prima, i tech worker sono tutti privilegiati; che i tech worker non si concepiscono come lavoratori: soprattutto in America per molti anni i lavoratori della tecnologia si sono sempre pensati come potenziali imprenditori, solo temporaneamente alle dipendenze di qualcuno perché necessario ad acquisire competenze o contatti; che, e questa forse è la cosa più importante, se i primi ad aver creduto alle promesse di progresso e benessere offerte dalla propaganda delle aziende della Silicon Valley negli ultimi 50 anni stanno finalmente smettendo di supportare questo sistema, c'è speranza che la disillusione si diffonda dall'interno verso l'esterno e faccia crollare tutto l'impianto, invece di lasciare queste critiche relegate a piccole nicchie di politica radicale come è stato fino a pochi anni fa.

  • l'ultimo motivo banalmente è che i prodotti tecnologici e digitali hanno sempre più spazio nelle nostre vite e le vicissitudini delle aziende che li producono interessano di più le persone. Ad esempio in ambito videoludico o in ambito di gadgettistica mobile, dove l'immedesimazione con l'azienda è molto forte (Apple vs Google/Android o Nintendo vs Microsoft vs Sony), il tema del conflitto interno alle aziende è un'occasione per criticare la fazione opposta, con l'effetto di far circolare le notizie su scioperi e proteste molto più che in altri contesti. Questo genera interesse, anche se non necessariamente per i motivi migliori. I media si adeguano.

Ora, come si organizzano i Tech Worker? Come conducono le loro azioni e come portano avanti le loro rivendicazioni? Abbiamo prima accennato un timido paragone con la classe operaia dell'800. Quindi i Tech Worker fanno scioperi selvaggi, vanno a picchiare gli industriali con le spranghe e danno fuoco alle sale server? Ovviamente no, o perlomeno non di solito. Lavoro cognitivo, lavoro di piattaforma, nuove forme di delocalizzazione e frammentazione del lavoro richiedono nuovi modi per trasformare in cambiamento il potenziale che ogni lavoratore ha quando si mette insieme ai suoi pari.

Ciò a volte prende forme simili a quelle tradizionali, come ad esempio i “walkout”, scioperi di poche ore volti non a danneggiare direttamente gli introiti dell'azienda, che spesso non risentono di poche ore o pochi giorni di interruzione del lavoro, ma mirati invece a danneggiare l'immagine dell'azienda, cercando di entrare nel ciclo mediatico e allontanare i clienti, giungendo così al danno economico di lungo periodo che servirà a convincere l'azienda a dare ai tech worker ciò che vogliono. Lo stesso principio è applicato anche a tutte quelle forme di interruzione della produzione, ad esempio in Amazon per il Black Friday o sulle piattaforme di Food Delivery negli orari di punta, che cercano di interrompere il servizio in periodi specifici in cui gli utenti siano massimamente sensibili al disagio prodotto e, di nuovo tramite le notizie sui media, collegare il disservizio al comportamento sfruttatorio dell'azienda.

A volte invece si utilizzano strategie che in passato erano meno comuni, come ad esempio il whistleblowing, ovvero, in questo contesto, il rilascio di informazioni aziendali di interesse pubblico da parte dei dipendenti. Dalle grandi rivelazioni sulla NSA Americana che spiava civili innocenti a più modeste denunce di mala gestione dei dati di qualche azienda o pubblica amministrazione di provincia, il whistleblowing permette al lavoratore di utilizzare il proprio coinvolgimento in attività illegali o immorali come arma contro il proprio datore di lavoro, raddrizzando ciò che percepisce come una stortura tramite l'intervento di attori esterni, come lo Stato o l'opinione pubblica. Spesso questi casi coincidono con o anticipano ondate di organizzazione e proteste: altri dipendenti, scoprendo o prendendo consapevolezza dei meccanismi in cui sono coinvolti, compiono il passo decisivo per uscire dalla passività.

Esistono poi tutta un'altra serie di strategie più sperimentali e meno consolidate con cui si sbizzarrisce l'estro creativo di programmatori e designer o l'inventiva di un rider. Pensiamo ad esempio al “sabotaggio legale” di Seth Vargo che per protestare contro l'agenzia che in USA gestisce i campi di concentramento degli immigrati al confine col Messico, al centro di tante polemiche delle amministrazioni Trump e Biden, ha cancellato un plugin open-source da GitHub, rompendo centinaia di sistemi aziendali automatizzati che dipendevano da tale plugin e portando i loro sistemisti a leggere un breve messaggio che spiegava i motivi della protesta. Oppure pensiamo alle Critical Mass dei rider, biciclettate di gruppo coincidenti con un'interruzione del servizio e volte a rallentare il traffico cittadino, dando così visibilità alle loro condizioni di lavoro tramite cartelli e megafoni.

Infine è importante notare come sia un movimento globale: ciò è inevitabile se l'industria in cui operi può spostarsi e ristrutturarsi in maniera più facile di altre e se la forza lavoro di una stessa azienda, o spesso di uno stesso team, è distribuita su più continenti. Si sono visti scioperi congiunti in Google, scioperi globali in Amazon e molte organizzazioni come Tech Workers Coalition o Game Workers Unite hanno sezioni in tante nazioni diverse pur essendo organizzazioni molto giovani. Non è nemmeno un fenomeno del cosiddetto Global North, avendo visto azioni di grande rilevanza da parte dei lavoratori tech cinesi con le campagne legate a 996.icu: “dalle 9 alle 9, 6 giorni alla settimana ti portano all'ICU (Intensive Care Unit, la terapia intensiva)”, supportati in occidente dai colleghi di Microsoft e GitHub che hanno sventato un intervento dei manager che volevano rimuovere dalla piattaforma GitHub il materiale delle proteste, diffuso tramite tale piattaforma poiché non sottoposta a censura in Cina. Ci sono inoltre sezioni in India di Tech Workers Coalition, movimenti di programmatori in Nigeria, Brasile e sicuramente tanti altri paesi le cui organizzazioni non hanno ancora raggiunto gli onori della cronaca. Le proteste e gli scioperi dei rider poi, sono oramai pressoché ovunque: dall'America Latina ad Hong Kong, da Los Angeles a Torino.

Spero con questo breve pezzo di aver dato alcune coordinate e aver circoscritto quello che ormai viene chiamato da alcuni anni “Tech Worker Movement”. Ci sarebbe ancora molto da dire sugli obiettivi e le pratiche di questo movimento ma per ora è meglio fermarsi qui. Per chi volesse invece approfondire il tema, concludo con alcuni puntatori interessanti in ordine sparso.

The Making of the Tech Worker Movement Quaderni di lavoro: Nuovi orizzonti e nuove forme di conflitto – Tech Worker, lavoro tecnologico e identità Tech Workers Coalition Italia Tech Workers Coalition Global Game Workers Unite Collective Actions In Tech Rights against the Machine Schiavi del Clic Gli Obsoleti

Ci eravamo detti che non saremmo tornati alla normalità, perché la normalità era il problema.

La mia normalità era molto confortevole: lavorare qualche ora al giorno in un ambiente rilassato e sano, prendermi un lauto stipendio a fine mese, non produrre assolutamente niente di utile per nessuno e utilizzare questi soldi e questo tempo extra per finanziare le mie attività e organizzazioni politiche, culturali e sindacali, oltre a supportare quelle altrui.

Bello, ma dopo 7 anni di startup, anche basta: non penso di aver mai prodotto nulla che abbia effettivamente risolto un problema per qualcuno. E non intendo che quello che producevo serviva solo a generare profitto e nient'altro, intendo proprio che finiva buttato nel cesso perché il progetto falliva, l'azienda falliva, il settore intero falliva, i dati si scopriva che facevano schifo.

Il modello startup probabilmente reggerà ancora un po': un circo colorato di promesse non mantenute e fondi sifonati per costruire giocattoli inutili quando va bene, mastodonti pericolosi per la collettività e per l'economia quando va male. Ho 32 anni e penso di voler combinare qualcosa di meglio col mio tempo e lasciare questi passatempi ad altri.

Per questo motivo sono dimissionario e ho in piano, da Gennaio, di fondare una cooperativa in Italia. O meglio, un acceleratore di cooperative. Perché il modello startup ha prodotto tante metodologie utili e ha esplorato un modo di costruire organizzazioni e reti di organizzazioni in maniera rapida e incisiva. Il suo problema è sempre stato il capitale alle spalle e i modelli di finanziamento che privilegiavano idee stupide, modelli di business malsani e mercati improbabili.

Da qui l'idea (non mia) di tradurre alcune di queste pratiche e metterle al servizio prima del settore cooperativo e poi della alt-economy emergente in questi anni. I modelli cooperativi si sono dimostrati più resistenti alle crisi economiche e con l'apocalisse in cui stiamo vivendo, la normalità non può più includere gli inefficienti e vetusti modelli competitivi. Out-cooperate the competition.

Il tempo di costruire organizzazioni solide per prepararci alle enormi sfide economiche e sociali davanti a noi era ieri, però io arrivo tardi e quindi lo posso fare solo oggi.

Ho deciso quindi di fare la scelta radicale di abbandonare la mia normalità ben pagata, il mio interesse personale ed economico e fondamentalmente la mia carriera da programmatore per iniziare a fare qualcosa per la collettività. Siccome ho il pancino troppo delicato per fare la lotta armata, l'opzione che mi è rimasta è andare a fare il CTO con Damiano Avellino e Micol Salomone e fondare una cooperativa che ancora non ha un nome.

300 anni di ideologia liberale ci hanno convinto che le persone siano guidate dall'interesse egoistico quando agiscono in società: questa scelta per me rappresenta il liberarmi, anche nel mondo del lavoro, da questo imperativo artificiale. Non è nel mio interesse farlo, non è la mia passione e sperabilmente contribuirà a costruire un mondo in cui io e quelli come me saranno meno privilegiati di quanto sono ora. Questa scelta deriva esclusivamente dal senso di responsabilità e dalla vergogna del giudizio di chi verrà dopo di me, che si guarderà indietro e si chiederà cosa faceva Simone mentre il mondo prendeva fuoco. La mia risposta sarà questa. Vi auguro di trovare la vostra al più presto.

Ringrazio i miei cattivi maestri: Alessandro Tartaglia, Rodrigo Nunes, Andrea Dotta, Yonatan Miller, David Graeber, Walter Vannini, Polly Yim, Giulio Quarta.

edit: siccome l'articolo è evidentemente un po' criptico e molti di voi sembrano saltare alla conclusione che questo articolo inviti a non discutere di RAL prima di arrivare al fondo dell'articolo dove invito a fare esattamente il contrario, aggiungo un disclaimer anche qui: l'analisi condotta nell'articolo non è volta a limitare lo scambio di informazioni tra tech worker in merito ai compensi ma al contrario, vuole sottolineare come questa discussione sia condotta in maniera sconclusionata, confusionaria e caotica, cosa che ne limita l'utilità a navigare il mondo del lavoro, far emergere forme di sfruttamento o a costruire solidarietà coi vostri pari

Chi non partecipa alle comunità online per programmatori e sistemisti è probabilmente ignaro del peculiare brusio creato da dozzine di informatici che elaborano con grande enfasi teorie sulla loro RAL, su quella dei loro amici e su quella dei presenti. RAL, per chi non lo sapesse, significa Retribuzione Annua Lorda ed è la misura con cui in diverse professioni i dipendenti possono confrontare gli stipendi offerti da diverse aziende in maniera veloce.

Per gli informatici, ma non solo per loro, la RAL è assurta ad unità di misura sociale, rimuovendo la necessità di utilizzare il proprio salario per comprare oggetti che mostrino status. Lo status, per gli informatici, è esclusivamente intellettuale. La logica tecno-machista vuole che il tuo valore come essere umano dipenda dalla tua capacità di scrivere codice, creare tecnologia, sviluppare sistemi. Più sei bravo, più sei degno. La competenza tecnica come misura morale e sociale.

Alcuni possono vedere una conferma di questa capacità nel successo del proprio software: dai grandi nomi dell'informatica fino agli sviluppatori di piccole librerie di successo. Però questi sono una frazione infinitesima del totale e tutti gli altri sono lasciati a misurarsi l'uno con l'altro utilizzando metriche proxy che approssimano la propria competenza tecnica, notoriamente complicata da misurare in maniera oggettiva e deterministica.

A ciò si aggiunge il fatto che la nuova organizzazione del lavoro, pian piano, punta ad un'orizzontalizzazione dei processi aziendali, celebrando l'agilità delle strutture piatte in contrapposizione alla rigidità e lentezza di quelle piramidali. In Italia questa transizione è matura nelle idee ma abbastanza assente nelle realtà lavorative, irrimediabilmente managerializzate e verticali. Un Dio-Padrone in cima, vari livelli di manager in mezzo e in fondo chi lavora. Questo stato di cose impedisce di misurarsi l'un l'altro in base alla posizione nelle gerarchie aziendali, poiché a salire troppo nella piramide si diventa qualcos'altro, soggetti a regoli sociali diverse, finendo in un universo parallelo fatto di meeting coi manager del cliente, presentazioni con gli € invece che coi diagrammi di flusso, cene a base di pesce e cocaina. Un po' come gli alieni di Toy Story sollevati dal braccio meccanico per andare in un posto “migliore”.

Ecco quindi che, perlomeno nel contesto italiano, questo ruolo viene assunto dalla RAL. Facendo l'equazione (ovviamente sbagliata) che il proprio salario è direttamente proporzionale alla propria competenza tecnica, discutere di RAL diventa uno strumento fondamentale di interazione sociale. La parte più interessante è che queste interazioni, come saprà chi le ha osservate, sfuggono ai cliché tradizionali dei discorsi materialisti di chi ostenta il proprio stipendio.

Sono in pochi infatti a mostrare una RAL alta con tono snob e con l'intenzione di umiliare il prossimo. Ci sono ma nella maggior parte degli ambienti vengono presto castigati e ostracizzati. Vengono tollerati invece quelli che utilizzano storie di stipendi alti per promettere e promettersi la salvazione. “Tizio è arrivato a prendere 50k in Italia: è possibile, basta impegnarsi e volerlo”.

Discutere di RAL diventa più un esercizio divinatorio, una sorta di astrologia in cui osservando alcuni sintomi di cambiamenti sistemici e rapportandoli alla propria condizione personale, si può determinare se si è degni o meno, o se si ha una speranza di elevarsi a breve.

Questa attività è divinatoria perché ignora tutti i fondamentali principi della statistica e dell'economia ma procede per una confusionaria elencazione di storie lasciando al singolo un'interpretazione soggettiva: “io prendo 27k a Milano ma ne prendevo 32 a Roma”, “conosco uno che prende 30k da neolaureato”, “una volta a mio cugino hanno offerto 35k come mid java developer”, “ahhhh all'estero pagano di più. Ho saputo di uno che è andato in Estonia e ha raddoppiato lo stipendio. E lì il costo della vita non è mica come a San Francisco, dove con 100k al massimo vivi in una stanza condivisa”.

L'obiettivo ultimo non è un'analisi economica del settore: ne esistono di professionali fatte da associazioni di categoria e non vengono mai minimamente tirate in ballo. I freddi numeri non raccontano storie. Gli stipendi medi o mediani non accendono la speranza di avere un domani uno stipendio alto, anche se per ovvi motivi la quasi totalità dei partecipanti avrà stipendi più vicini al centro della campana. Questo modo di creare senso non è in ultimo molto dissimile dal modo in cui gli informatici sviluppano le proprie pratiche e i loro giudizi sulle questioni di produzione del software: in assenza di un campo scientifico capace di dare risposte sui problemi dello sviluppo software, il settore procede accumulando storie di successo e imitandole, facendone sintesi che si sedimentano e acquisendo col tempo sempre più credibilità fino a diventare mitologia, a volte anche in aperta opposizione ad una sopraggiunta risposta scientifica su un determinato tema.

Come per l'astrologia poi, questo complesso sistema divinatorio funziona non perché è capace di dirci qualcosa di affidabile sul presente o sul futuro ma perché diventa una scusa per mettere sul tavolo altri problemi senza essere troppo diretti e violare barriere sociali. La RAL serve come copertura per arrivare a parlare di stress, di straordinari non pagati, di sfruttamento, di politica nazionale, di una classe manageriale antiquata e in ultimo anche di quei valori che raramente trovano spazio nelle comunità tecniche: “certo, prendo un po' di meno ma il lavoro che faccio aiuta tante persone nel quotidiano quindi è ok” oppure “mi pagano meno di quanto potrei prendere altrove ma sono in una cooperativa che è allineata ai miei valori politici”.

Qual è quindi l'obiettivo? A mio parere la risposta è da ricercare nella crisi di significato che pervade il mondo della tecnologia digitale e in particolare quello italiano. Siamo stati bombardati per anni dall'ideologia californiana per cui noi informatici abbiamo il potere di cambiare il mondo, disruptare (sic.) interi settori, rivoluzionare l'esistente. In California questa promessa è stata chiaramente e prevedibilmente disillusa, trasformando l'ecosistema startup in una fabbrica di monopoli distopici(Google, Facebook, Amazon), di attori economici tossici (AirBnB, Uber, Lyft, i vari food delivery) e di attività criminali (Theranos, WeWork). In Italia non abbiamo nemmeno avuto il privilegio di fare qualcosa di malvagio: il grosso dell'IT italiano è condannato alla noia.

Da un lato quelli che fanno un lavoro significativo e importante creando infrastrutture critiche e software affidabile usato effettivamente dalle persone; questo è un lavoro di disciplina, metodo, costanza, pazienza e raramente può essere raccontato con gran fanfara.

Dall'altro lato le orde di bullshit jobs tecnici: lavori e attività che esistono esclusivamente per estrarre profitto da qualcuno, per accontentare un manager di qualche banca o assicurazione, per risolvere problemi creati da altri bullshit jobs.

Niente fuochi d'artificio per l'IT italiano. Chi prova a rubare la narrativa californiana e ammantarsi della stessa importanza, chi riutilizza le stesse parole, le stesse idee di “rivoluzione” per descrivere un lavoro che spesso consiste nello sviluppare qualche app per il telefono che galleggia a malapena nel ranking del PlayStore di Android, nel privato delle comunità viene regolarmente accolto con derisione per la propria mancanza di senso del ridicolo. Lo stesso trattamento viene riservato ai giornalisti conniventi considerati ingenui o ignoranti.

In questa continua tensione tra l'imperativo di rivoluzionare tutto e la realtà del non star facendo niente di radicale, si apre un ampio varco per un sistema di valore individuale alternativo e quindi la RAL, come proxy della competenza tecnica, fiorisce. Se a Londra o San Francisco è normale misurarsi l'un l'altro in base alla figaggine e alla trendyness della startup per cui lavori, in Italia questa danza sociale viene condotto creando una mappa di data point sugli stipendi altrui e posizionandovisi sopra.

Le discussioni di questo tipo vanno quindi prese, a mio parere, come un sintomo di un problema più profondo di perdita di significato e valore del lavoro. Un'istanza specifica di una situazione comune nell'era del tardo-capitalismo e in netto peggioramento negli ultimi anni, in cui le grandi narrative sul lavoro colano a picco insieme al livello di benessere e stabilità economica.

La conclusione che ne possiamo trarre quindi è che dovremmo insistere sullo sganciare il lavoro e il salario dal valore della persona; una logica malata che oggi sembra sulla via del tramonto ma che ancora resiste e si riproduce in alcune bolle sociali come la nostra. Poi dovremmo ritornare a parlare della conquista di un impatto radicale sul mondo senza cadere nel canto delle sirene che arriva da oltreoceano, ormai fuori tempo massimo ma che con il solito ritardo che contraddistingue l'Italia, trova ancora terreno fertile nella stessa classe manageriale politica e antiquata che cerca di svecchiarsi mettendosi uno smartwatch. Infine ripristinare una discussione sui salari che sia guidata da strumenti più razionali e con l'obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro per tutte e tutti, invece di un logorante brusio di individui vuoti di consapevolezza e di intenzioni.

Parlare di RAL su internet è uno sport appassionante ma in questi termini e con questi modi caotici non aiuta a navigare un settore sempre in rapido mutamento e sempre più stratificato. Parlare di RAL coi colleghi, iniziativa estremamente rara nell'IT, può invece portare a cambiamenti molto più concreti nell'immediato, porre le basi per relazioni più solide e solidali coi vostri pari. Nessuno si salva da solo e sapere le cose non cambia le cose. Il mercato del lavoro non è una divinità lontana da comprendere ma uno strumento fatto da umani e da utilizzare e influenzare per migliorare le nostre condizioni di lavoro. Pensateci ogni volta che parlate di RAL.

La parola “collasso” compare sempre più spesso nel dibattito politico, appropinquandosi a ritmo sostenuto verso l'entrata nel mainstream. In molti contesti è un concetto ormai centrale e tante voci, da tante posizioni diverse, partecipano a un discorso che intreccia politica, filosofia, diverse discipline scientifiche, design, narrativa e tecnologia.

Questo articolo vuole essere un'introduzione minimale per orientarsi e iniziare a comprendere un tema che inevitabilmente diventerà sempre più rilevante negli anni a venire. Un elenco di posizioni, fazioni, opinioni, tendenze, di coordinate del dibattito, di argomenti su cui si imperniano le varie contrapposizioni. Chiaramente non vi è pretesa né di esaustività né di profondità storica: le radici del dibattito in corso possono tornare indietro anche di secoli e ogni giorno emergono nuove posizioni, nuovi gruppi, nuove declinazioni, nuove identità e definizioni, provenienti da ogni punto dello spettro politico, dall'accademia, da comunità internet occulte, dall'ultimo autore che decide di affrontare la questione e dire la sua. Mappare questo fermento enumerando le singole organizzazioni, personalità, partiti e comunità sarebbe un esercizio tanto impegnativo quanto sterile.

Credo sia molto più interessante invece fornire semplici strumenti interpretativi per navigare questo dibattito multiforme e frammentato. Per farlo ci avvarremo di una serie di categorizzazioni, alcune formulate dai promotori stessi delle posizioni illustrate, altre elaborate da me, per raggruppare elementi e attori che condividono tratti comuni tra loro, influenze e relazioni. Spero il risultato non abbia troppo il gusto delle tassonomie degli antropologi ottocenteschi.

Prima di cominciare però, è forse utile riassumere cosa si intende con il termine “collasso”. Una definizione troppo rigorosa è difficile, anche perché vorrebbe dire prendere posizioni nel dibattito, in cui esistono voci piuttosto divergenti su cosa questo collasso sia e su come si dipanerà. Tuttavia, sperando di non essere troppo di parte, nel nostro contesto si può definire il Collasso come il processo storico di transizione della/e società umana, complessa, globalizzata, altamente connessa e materialmente abbondante a uno stato di maggiore precarietà, minore abbondanza e stabilità, fino al raggiungimento di un potenziale rischio esistenziale. Spesso il Collasso è attribuito a confluenze e compenetrazioni d'instabilità ecologiche, sociali, economiche e politiche già in corso o presenti nel futuro prossimo.

Gli ottimisti

Negazionisti totali: non esistono trend discendenti, minacce climatiche o ecologiche. Il presente non è oggetto di minacce di portata storica in grado di compromettere il benessere materiale e sociale.

Negazionisti parziali: esistono alcuni trend discendenti, in particolare problematiche d'ineguaglianza sociale, instabilità economica o problemi d'inquinamento. Tuttavia non sono sufficienti a modificare in maniera sostanziale la realtà in cui viviamo. Il sistema economico-politico, l'umanità o altre forze correggeranno inevitabilmente questi elementi. I sintomi che osserviamo sono solamente temporanei e destinati a scomparire.

Ottimisti tecnologici: il collasso è possibile ma è un problema tecnico da risolvere. In particolare nuove tecnologie in ambito ecologico, energetico o digitale saranno in grado di invertire i fenomeni che stiamo osservando.

Ottimisti economici: il collasso è possibile ma si può prevenire codificando i giusti input economici per compensare le esternalità ecologiche, le ineguaglianze e le divisioni sociali. Non è necessaria una ristrutturazione sociale ma una politica economica migliore.

Riformisti: il collasso verrà impedito da profonde ristrutturazioni del sistema produttivo, del welfare e da enormi investimenti per il risanamento ecologico. Vi sarà un punto d'incontro politico dovuto ai danni causati dal collasso in avvicinamento e la resistenza degli stati-nazione ad agire e proteggere lo status quo. Quando avverrà, si libereranno forze sufficienti a interventi radicali.

Millenaristi: il collasso avverrà, ma è una cosa positiva e necessaria per liberare l'umanità dal degrado presente. Le difficoltà che creerà aiuteranno a dividere i giusti dagli empi. Esistono posizioni millenariste in varie comunità: dai fondamentalisti religiosi che vedono il collasso imminente come una sorta di giorno del giudizio biblico ai suprematisti etnici che attendono il collasso sociale per rimuovere gli ostacoli che oggi impediscono loro di sterminare etnie diverse dalla loro.

Accelerazionisti di destra/Dark Enlightment: il collasso dell'umanità avverrà, ma sarà un passo evolutivo necessario per liberare il Capitalismo dalla necessità di supportare la comunità umana. Radicata principalmente nella visione accelerazionista di filosofi come Nick Land e del blogger Curtis Guy Yarvin, varie declinazioni di questo pensiero promuovono, principalmente nell'estrema destra Americana, un approccio al collasso come necessario e da facilitare attivamente.

I pessimisti

Arrendisti: il collasso è inevitabile perché si sarebbe dovuto agire prima. Oramai qualunque soluzione tecnica e politica è superflua.

Arrendisti edonisti: il collasso è inevitabile e dobbiamo spendere questi ultimi anni a goderci ciò che abbiamo invece di attivarci per un cambiamento che comunque non porterebbe ad alcun risultato.

Post-collassisti: il collasso è inevitabile e perciò bisogna agire oggi per costruire strumenti concettuali, tecnici e sociali che ci serviranno durante e dopo il collasso, per minimizzarne gli effetti sul lungo termine.

Ritardisti: il collasso è inevitabile e l'obiettivo primario è rallentarlo per estendere quanto più possibile le condizioni correnti, facilitare l'attraversamento del collasso e minimizzare i costi in termini di vite umane.

Tipi di collasso

Finora abbiamo parlato di collasso in maniera indistinta. Tuttavia sussistono visioni radicalmente differenti, spesso opposte e inconciliabili, su come il collasso si potrebbe sviluppare. Scendere nel dettaglio tecnico, logistico, ecologico e sociale del cambiamento della realtà quotidiana sotto il collasso è necessario per comprendere le idee e i progetti che da queste visioni si sviluppano.

Collasso rapido/prepper: il collasso avverrà rapidamente a livello globale in una finestra temporale ristretta. Tanti piccoli fallimenti infrastrutturali locali, instabilità politiche o eventi climatici estremi impediranno una transazione graduale. Perciò chi vuole sopravvivere deve prepararsi a un periodo di sopravvivenza in condizioni profondamente ostili al mantenimento o formazione di una qualsiasi forma di società organizzata.

Collasso lineare: il collasso avverrà lentamente a livello globale. Le infrastrutture e le catene produttive globali saranno progressivamente meno manutenibili. Molti Stati e comunità locali vedranno peggiorare le proprie condizioni materiali nel corso degli anni. Sebbene questo porterà a una riduzione della popolazione e del benessere, la transizione graduale permetterà un adattamento in ogni aspetto della vita in tutte quelle località non interessate dagli effetti peggiori del collasso.

Collasso accelerato/non lineare: a causa di interdipendenze ecologiche (ad es. rilascio di metano dal permafrost) e infrastrutturali (ad es. la fragilità della catena produttiva dell'elettronica), ci sarà un punto di rottura in cui si innescheranno a catena una serie di meccanismi che accelereranno il collasso prima che si raggiunga un punto di equilibrio. Questo ritmo di cambiamento potrebbe essere troppo rapido perché gli esseri umani ci si possano adattare efficacemente.

Ideologie

Come diverse visioni materiali del collasso producono progettualità diverse, anche le ideologie di riferimento si intrecciano con il posizionamento nel dibattito. La comprensione di ideologie nuove, di ideologie esistenti o dei loro adattamenti è una lente fondamentale per comprendere il dibattito sul futuro. Interessante è notare quanto molte ideologie, soprattutto conservatrici e liberali, siano completamente incapaci di incorporare una componente di possibile regresso e siano quindi assenti dal discorso o presenti con posizioni negazioniste.

Inoltre non includo nella lista tutte le ideologie politiche ecologiste che non concettualizzano o esprimono posizioni esplicite sul collasso come inteso in questo articolo, pur avendo una qualche idea di collasso o degradazione ecologica come parte integrante del loro pensiero.

Eco-fascismo: il collasso è colpa della sovrappopolazione, dell'eccesso di benessere o delle scelte di particolari nazioni o fasce demografiche. Misure restrittive, soppressione di determinate libertà per una parte della popolazione o la loro eliminazione fisica sono necessarie per evitare un collasso globale.

Decrescismo: un modello economico e sociale che richiede una continua crescita, basata sull'estrazione predatoria di risorse è insostenibile sul lungo periodo. Sono necessari nuovi modelli economici che non siano vincolati dall'imperativo della crescita. Un sistema produttivo più locale, con inter-dipendenze ridotte, è necessario per affrontare la fragilità di quello attuale, anticipando le necessità che verranno imposte dal Collasso.

Eco-socialismo: lo Stato o un ente equivalente, come una confederazione di comunità, deve farsi promotore dell'equilibrio ecologico e ristrutturare la società e i sistemi produttivi per prevenire o per sopravvivere al collasso. Data la gravità della minaccia, il tema ecologico deve essere integrato pienamente nella pianificazione politica per mantenere il benessere materiale conquistato sinora.

Communalisti/Eco-anarchismo: la via per sopravvivere al collasso è costruire reti e comunità auto-sufficienti in grado di sopravvivere e adattarsi ai cambiamenti sociali e climatici, eliminando progressivamente le dipendenze dalle supply chain globali e regionali.

Estetiche

Quando si parla di immaginare il futuro, le estetiche di riferimento sono importanti tanto quanto la teoria, se non di più. Data l'impossibilità di prevedere con precisione le complesse evoluzioni che avverranno nei prossimi decenni e come queste si ripercuoteranno in ogni singolo aspetto della quotidianità, ragionare sui mondi possibili da un punto di vista artistico, narrativo, emotivo, permette di comprendersi e di mobilitare persone all'azione molto più facilmente di un arido report scientifico o di un trattato di teoria eccessivamente astratto.

Il tema è stato esplorato a lungo da prospettive diverse, spesso anche prima che l'evenienza di un collasso diventasse concreta e vicina nel tempo quanto lo è adesso. Intenzionalmente o meno, correnti letterarie, cinematografiche e artistiche condizionano il discorso e determinano ciò che ci immaginiamo quando chiudiamo gli occhi e pensiamo a come sarà la nostra vita fra 50 anni.

Post-apocalisse: il collasso sarà rapido e violento, dovuto a cataclismi di scala globale. Ciò che seguirà sarà un mondo materialmente e socialmente povero, con gruppi di varia natura in continuo conflitto tra loro per le poche risorse disponibili. In alternativa, il collasso demografico sarà così profondo da ridurre la densità di presenza umana fino al punto in cui gruppi molto esigui riusciranno a vivere di sussistenza, come nomadi o come stanziali. Esempi: Mad Max, Fallout, The Survivalist.

Cyberpunk/Sci-fi: il collasso sociale ed ecologico non si accompagna a una riduzione del benessere materiale o della competenza tecnologica, ma a una crescita smisurata del divario tra classi sociali. Spesso ad un collasso dell'ordine costituito non segue un conflitto caotico e violento ma una sostituzione da parte delle corporation che rimpiazzano lo Stato e implementano società distopiche. Esempi: Autonomous, The Peripheral, Elysium.

Solarpunk: il collasso delle vecchie strutture sociali e produttive è un meccanismo positivo, capace di innescare una rivoluzione profonda delle società umane. Sotto la minaccia dell'estinzione, avviene una riconfigurazione sociale che incorpora pienamente l'ecologia, la cooperazione e lo sviluppo radicalmente sostenibile. Il risultato è una società capace di riprodursi senza distruggere e senza opprimere. Esempi: The Dispossesed, Ecotopia, Sunvault.

Corporate Marketing: il collasso è caratterizzato come una conseguenza di scelte consumistiche sbagliate, imperniate sull'uso di materie e prodotti non “puliti” o non sostenibili. Il collasso non è mai rappresentato direttamente, ma suggerito, implicito, così da spingere il cliente all'acquisto. Questo non impedisce di dargli dei tratti specifici, seppur deboli e funzionali esclusivamente alla generazione di profitto. Viene utilizzato principalmente all'interno di pubblicità, brochure, post sui social e comunicazione aziendale in genere.

Cottage-core: la feticizzazione della vita bucolica e isolata, tema ricorrente nell'arte da millenni, viene riproposta dal cottage-core come una fuga dalla modernità in declino. Il collasso è visto come qualcosa di lontano, che non può raggiungere la bolla idilliaca. Una forte dicotomia tra umanità e natura pongono quest'ultima e il contatto con essa come via di fuga dai problemi presenti e futuri.


Se avete suggerimenti per ampliare la lista, correzioni o osservazioni su alcune delle posizioni presentate che, mi rendo conto, rischiano di non rendere giustizia alla complessità del pensiero e delle comunità che vi stanno dietro, potete contattarmi all'indirizzo e-mail: simone.robutti@protonmail.com. Sono apertissimo a far evolvere questo articolo in maniera collaborativa, con l'intenzione, una volta raggiunta la maturità, di tradurlo anche in altre lingue.

Esci dall'ITIS e inizi a studiare informatica all'università, dove tutti c'hanno l'ansia sociale e se leghi con 2-3 persone è già tanto, gli amici delle superiori te li sei già dimenticati. Poi arriva un recruiter che fa un seminario in aula e dopo 6 mesi sei a fare lo stage nella loro azienda: ti pagano poco ma i ritmi sono ok, e intanto vedi gente che va e che viene perché sta “dal cliente”. Ti laurei e ti fanno un contratto a tempo indeterminato nella stessa azienda. Andrai “dal cliente” e ti pagheranno un po' di più. Il cliente è una grossa assicurazione, dove lavorano centinaia di persone come te, provenienti da altre aziende come la tua o da aziende più grosse. Qualcuno è lì da freelancer ma sono pochi. Gli amici dell'università sono stati assunti anche loro da un'altra parte e li senti sempre meno. Al lunedì sorridono tutti, al venerdì in pochi. Dopo poche settimane capisci che il clima di cooperazione per portare a casa i progetti in realtà è una pace armata: tutti vogliono la fetta di torta più grossa possibile ma hanno il terrore di venir fatti fuori da chi gli sta di fianco. Eppure mangiano tutti dalla stessa mano e devono far finta di cooperare. Dietro la facciata, è una competizione: se la tua azienda fa meglio, il tuo capo avrà un bonus e magari ti darà qualcosa. Se poi si riesce a fare fuori un'azienda concorrente e accaparrarsi un pezzo più grosso della torta, questo potrebbe voler dire un aumento. Perciò si deve fare bella figura: tu col capo e la tua azienda con gli interni, coi manager, con chi giudica e decide il budget. E via ogni sera fino alle 8, le 9, le 10, a battere sulla tastiera, a programmare, a fare PowerPoint. Così per settimane, mesi, anni. Il software che scrivi, i sistemi che gestisci, le soluzioni che progetti sono solo pedine di un gioco che avviene su un piano diverso: la qualità non conta, conta convincere il cliente, salire di un gradino e ricominciare. Non ha importanza se i progetti vanno in porto o meno. Non importa se il tuo software farà qualcosa di utile. L'importante è passare avanti. Ormai quello è il tuo mondo, quella è la tua gara. Ci hai investito troppe ore della tua vita per mollare. E c'è la promessa che la prossima vittoria porterà i soldi grossi. Poi che di questi soldi non ti arrivi che una frazione infima non ti interessa, l'importante è che la tua tribù vinca. Sviluppi cameratismo con le altre persone del tuo team, perché è come far la guerra. I traumi sono diversi, ma è chiaro che lì dentro nessuno sta bene. Lo dicono le occhiaie, lo dicono le reazioni nervose, lo dicono i completi sempre di una taglia sbagliata. Si fa finta di niente ma li vedi: nessuno ha un abito su misura, tranne alcuni manager. Nessuno ha un amico che gli dica: “guarda che questa giacca ti sta male, dovresti fartela aggiustare, tanto puoi permettertelo”. Ognuno fa per sé e fintanto che non rompi l'illusione, che non ti distanzi troppo dalla norma, nessuno ti dirà nulla, anche se è evidente che un completo nessuno ti ha mai insegnato a sceglierlo. Nessuno vuole prendersi il rischio di un conflitto, di un fraintendimento. Si è sotto pressione e ci sono cose più importanti a cui pensare. Il tempo si ripete uguale a sé stesso, per anni, progetto dopo progetto, fintanto che non inizi a mettere in dubbio il sistema che ti circonda. Tu software in produzione ce ne hai messo veramente poco, eppure continui a ricevere complimenti, continui a sentirti dire che si sta andando alla grande, che farete grandi cose, che il cliente è contento. E se il cliente fosse stupido? Se tutto questo circo fosse un'allucinazione collettiva? Se fossi solo finito in un'enorme macchina inefficiente in cui qualche super-manager butta centinaia di milioni di euro per convincere qualche altro super-manager che lui è il migliore tra i due e quindi merita più importanza nell'azienda? Probabilmente nessuno dei due ne capisce granché di tecnologia, per loro le centinaia di persone intorno a te sono una voce nel budget che ogni tanto produce presentazioni coi fuochi d'artificio, prototipi avveniristici e, raramente, un prodotto che dovrà essere promosso dal dipartimento marketing. Poi nessuno lo userà, magari qualche giornale vi prenderà pure in giro per quanto è complicato da usare. Si darà la colpa alla comunicazione, o si dirà che si è troppo in anticipo sul mercato. E le centinaia di migliaia di ore/uomo spesi su quel progetto spariranno in una nuvola di fumo. Ma ormai stanno già tutti pensando al progetto successivo...

Ho 31 anni. Si potrebbe dire che forse è presto per scrivere a chi ora studia, con l'aria dell'uomo vissuto e magari con un pizzico di paternalismo. Tuttavia oggi mi sono chiare tante cose che non lo erano quando, sprovveduto, iniziavo ad approcciarmi non solo alla bolla che è l'università, ma alla comunità globale di persone che producono tecnologia. Un mondo completamente diverso da quello che si trova all'esterno, con le sue regole, le sue dinamiche e i suoi rituali, spesso totalmente opachi ai non iniziati o raccontati in maniera distorta dai media.

Ho 31 anni e seppur ormai i tempi dello studio universitario siano un capitolo ampiamente chiuso, la memoria è sufficientemente fresca per provare ad interpretare le generazioni venute dopo la mia e poter condividere concetti e idee nonostante la distanza che ci separa. Lo faccio ora per paura che presto non potrò più riuscirci.

Osservo i più giovani e vedo una generazione incazzata e per buone ragioni: chi è venuto prima di noi ha distrutto l'ecosistema, l'economia, le comunità e la psiche collettiva. A voi il compito di raccogliere i cocci. Al contrario della mia generazione, voi avete un enorme vantaggio: se la morte della speranza ha immobilizzato i miei coetanei in una forma di depressione ironica in cui nessun tipo di azione seria può essere intrapresa, per voi l'assenza di speranza significa esseri liberi di plasmare il vostro futuro. Un'energia derivata dalla consapevolezza che nessuno verrà ad aiutarvi. La libertà ottenuta dalla presa di coscienza che chi è venuto prima di voi era folle e sconsiderato: noi abbiamo ancora il dubbio, voi avete la certezza.

A voi interessa entrare da protagonisti nel mondo della tecnologia (si direbbe IT, ICT o altre parole aliene, che io alla vostra età non capivo bene e quindi non uso). Come tutti gli informatici e gli ingegneri prima di voi siete probabilmente attratti dalle infinite possibilità offerte da un processore e un po' di RAM, o magari da una stampante 3D, un Arduino, un drone. Solo alcuni di voi probabilmente però pensano già alle conseguenze di queste possibilità, al peso della responsabilità che viaggia insieme a certe competenze. Per ora non è un problema, ma lo diventerà quando dovrete uscire dall'università e decidere come spendere il potere derivato dalle vostre conoscenze.

La comunità delle informatiche e degli informatici sta bruciando. Al contrario degli incendi in California e in Brasile, questo fuoco non distrugge indiscriminatamente ma sanifica ciò che non è stato possibile aggiustare. Le piromani siamo noi. Vogliamo bruciare tutto ciò che di perverso e abominevole è stato costruito negli anni per rendere la comunità un posto più accogliente per chi verrà dopo di noi.

Per voi questo conflitto è probabilmente illeggibile come lo era per me alla vostra età, in cui era possibile osservare solo le prime schermaglie tra nuove idee esplosive e vecchie concezioni fallimentari. Ne potete vedere alcuni sintomi, arrangiati in maniera confusa davanti ai vostri occhi: appaiono sui forum e sui social, sui siti di notizie tech, più raramente in film e documentari. Voglio quindi cercare di condividere la mia visione, spiegata sperabilmente con parole e modi che possano raggiungervi.

Le schermaglie nelle trincee

Il mondo occidentale si sta ri-politicizzando dopo decenni di apatia e così anche la tecnologia. Fasce sempre crescenti di popolazione sono state abbandonate a loro stesse in una società in cui non avevano posto. Il meccanismo non poteva reggere per sempre e ora il processo si sta invertendo. Le cazzate che si raccontavano nei decenni scorsi non reggono più. Nel momento critico per combattere il collasso ecologico e il collasso sociale ci si è ripetuti allo sfinimento che la politica era finita, che la buona amministrazione avrebbe mantenuto a galla le nazioni, che la gestione, rigorosamente dall'alto, di tutto ciò che è condiviso e sociale era una questione tecnica, di tirare le leve giuste e non era un problema dei cittadini: “lasciate fare ai politici, lasciate fare agli economisti, lasciate fare a chi sa fare. Guarda come vanno su gli indici di borsa. Guarda come vanno su i grafici. Non è questione di opinioni: sono numeri!“. Dopo decenni della stessa cantilena, siamo sull'orlo del baratro.

Il mondo della tecnologia non è diverso: le stesse bugie sono state raccontate e continuano ad essere raccontate. “Più tecnologia salverà il mondo, continuate a battere tasti e ci salveremo”. Gli effetti probabilmente vi sono già noti: una manciata di oligarchi dei social ha potere di influenzare le elezioni delle nazioni occidentali, un algoritmo decide chi arriva a fine mese e chi no, tutto ciò che fate su internet viene osservato, analizzato e monetizzato. Gigantesche server-farm in Georgia o in Islanda frullano a vuoto consumando porzioni considerevoli della produzione energetica mondiale per tenere in piedi il sistema BitCoin, senza che nessuno vi abbia mai trovato un'applicazione veramente utile oltre al comprare droga su internet. Tanti hanno in casa microfoni che li ascoltano per capire come vendervi nuovi prodotti che probabilmente non vi servono. Nel mentre, l'ennesima startup cerca di vendervi un app per ricordarvi di bere. Fra qualche decennio alcuni di noi potrebbero essere in un campo profughi fuggendo da una guerra combattuta per l'acqua che queste app vi ricorderanno di bere.

Per voi è giustamente follia e lo è anche per me. I futuri descritti dagli scrittori di fantascienza, in cui le macchine vengono usate per schiavizzare le persone e non per liberarle, quei futuri sono già ora e non tutti se ne sono accorti, perché ci sono cresciuti dentro, ci sono arrivati piano piano, questo sistema l'hanno costruito con le loro mani. Ammettere di aver sbagliato, ammettere di esser stati presi in giro è molto più difficile che continuare sempre sulla stessa strada e lanciarsi felicemente nel baratro.

Le promesse di un mondo migliore costruito tramite un eccesso di tecnologia, tradite tanto dai governi quanto dai CEO della Silicon Valley, gridano vendetta. Quel mondo migliore è ancora possibile, prima o dopo il collasso.

Il cambiamento, in ogni caso, è già in corso. La tecnologia sta venendo ri-politicizzata. Sempre più persone capiscono che noi creatori di tecnologia dobbiamo essere responsabili delle conseguenze di ciò che facciamo. Non gli altri, non imprenditori spregiudicati, non governi autoritari, non tutti quelli che sfruttano le nostre opere per i propri fini perversi, ma noi e soltanto noi. Non possiamo rimanere eternamente bambini. Non possiamo piegarci continuamente ai desideri di altri, che per profitto o per potere, decidono le direzioni in cui la tecnologia deve andare, spacciando la cosa come un processo neutrale e inevitabile. La decisione è nostra.

Cosa fare con la tecnologia, a chi giova e come trasforma il mondo non lo decide la tecnologia stessa, lo decide il sistema che la crea. Questo sistema va cambiato e lo stiamo cambiando.

L'assedio ha inizio

Torniamo coi piedi per terra e parliamo dei sintomi a cui si accennava prima e vediamo di mettere un po' di ordine in ciò che ci passa davanti.

Esistono numerosi conflitti aperti, che si intersecano, si sovrappongono e che danno vita a realtà estremamente complicate, soprattutto per chi vi si sta affacciando ora.

Il primo conflitto è tra i difensori di un'idea di tecnologia non politicizzata davanti alla crescente onda che pretende un cambiamento. Questi sono tanto i grandi CEO delle aziende tech quanto il sistemista un po' burbero e anzianotto che ha trovato la sua posizione comoda e sicura nel mondo attuale e su internet difende a spada tratta i valori con cui è cresciuto: la tecnologia è tecnologia, non ha colore politico, la colpa è di chi la usa e come. Comprendere perché queste persone si comportano così è fondamentale: ignorare la dimensione politica della tecnologia è il modo migliore per ignorare il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Che tu sia Mark Zuckerberg, un programmatore C# in consulenza residente a Varese o un tech bro che lavora in Amazon a Seattle non importa, rimanere il bambino che gioca coi LEGO sul tappeto è un privilegio a cui questa persona non rinuncerà mai, perché il benessere psicologico, il senso di sicurezza e beatitudine sono troppo importanti per essere messi in discussione da un libro o da un collega che cerca di ampliare le loro vedute. Non perdete tempo con loro, non cambieranno. Prendete la loro aggressività per quello che è: la reazione di un privilegiato che vede messo in discussione il mondo che gli ha dato quel privilegio.

Il secondo conflitto è tra chi concepisce un solo modo di produrre la tecnologia (il proprio) e chi vuole portare diversità e inclusività nel settore. Questi termini, purtroppo, li vedrete usati e abusati dalle aziende per farvi credere che assumere una manciata di donne di colore per far vedere quanto si è “equi ed etici” sia il fulcro della discussione. Ovviamente non si sta parlando solo di questo. Il settore, almeno dagli anni '60 in California, è stato pesantemente condizionato dalla cultura e dai modi della cricca, relativamente piccola e omogenea, che ha, a cascata, determinato le norme sociali e ideologiche di chi è venuto dopo. Maschi americani, tendenzialmente con poche skill sociali, con una formazione tecnica e con un immaginario costruito sugli stessi libri di fantascienza, gli stessi fumetti, gli stessi film. Una monocultura umana che ha posto le radici per la tecnologia che conosciamo oggi. Spargendosi nel resto del mondo questa cultura è stata adattata, a volte mitigata, a volte accentuata ma proprio perché così isolata e distinta e poiché si è propagata in maniera estremamente veloce (anche tramite i mezzi digitali creati da queste stesse persone) è facilmente identificabile in ogni paese in cui è arrivata. Tutta la storia dell'informatica, anche quando politica, si è svolta in una scatola mentale costruita da questi individui nella Silicon Valley decenni fa.

Negli ultimi due decenni (e forse anche prima) la situazione ha iniziato a cambiare. Prima piccoli gruppuscoli di dissidenti hanno iniziato a pensare fuori da questa scatola e poi gruppi sempre più nutriti, con norme sociali differenti, priorità differenti, processi di produzione differenti, parole differenti. Hanno iniziato a ricavarsi i propri spazi e ad allargarli, continuando a crescere. Dalla creazione di spazi alternativi si è passati all'attacco, per cercare di smuovere le coscienze anche al di fuori, per diventare la nuova norma e rimpiazzare quella vecchia. La battaglia oggi infuria e il frastuono delle spade che si incrociano riecheggia nei forum, nei repo di github, nelle chat di Telegram. Cosa c'è da vincere in questa battaglia? Voi. Le nuove generazioni sono il premio che andrà al vincitore. Gli si lascerà una comunità incapace di reagire ai cataclismi esterni e immobile, che si riproduce sempre uguale, in cui solo i maschi burberi sono tollerati oppure una comunità in cui più voci sono possibili e in cui queste voci possono trovare piena espressione per aiutarsi e per aiutare chi la tecnologia la usa?

Nella pratica questo si traduce nel modo in cui gli spazi della comunità vengono regolamentati, quali comportamenti sono tollerabili e quali considerati tossici e distruttivi, quali sono i valori fondamentali. La speranza è che sia finito il tempo in cui i neofiti vengono filtrati e selezionati in base alla loro capacità di farsi urlare addosso senza reagire, in cui una divergenza di opinioni è meritevole di insulti personali col pieno supporto della comunità, in cui il fallimento è una colpa e in cui ognuno deve dimostrare il proprio valore alla comunità tramite rituali e ordalie necessarie. Per troppi anni si è fatta confusione: questo sistema non crea professionisti migliori ma esclude tutti quelli che non sono capaci di conformarsi al dogma del “macho” individualista.

Quello che si può osservare, la punta dell'iceberg, è ad esempio la reazione scomposta di alcuni quando si accenna al fatto che insultare una persona inesperta per le proprie mancanze crea un ambiente tossico, ostile, che reprime chi non vi può sopravvivere. Oppure i confusi appelli alla libertà di parola quando qualche conferenza introduce regolamenti che proibiscono di aggredire verbalmente il prossimo. O ancora, quando si suggerisce che urlare di leggere un manuale non è un modo di supportare chi sta studiando e ancor meno chi vuole usare un software. Se un grado elevato di autonomia è necessario per qualsiasi competenza tecnica e il risultato di qualsiasi processo di apprendimento, arrivarci puramente tramite lo sforzo individuale, in isolamento, senza appigli, è un rituale necessario per essere accettati nel gruppo. Di certo non è un metodo didattico valido.

Tenete sempre a mente che queste discussioni non avvengono nel vuoto, ma all'interno di un conflitto molto più ampio.

Il terzo conflitto è sulla natura del lavoro informatico. Per decenni i sistemisti, le programmatrici, i grafici e tutte le professioni tecniche e creative coinvolte nella produzione software si sono considerati come imprenditori di sé stessi, al servizio del miglior offerente disposto a pagare adeguatamente i servizi offerti. La connessione con il prodotto del proprio lavoro era transitoria, come può essere la connessione tra un avvocato e un cliente, tra un elettricista e una centralina, tra un idraulico e un tubo. Alcuni, particolarmente tenaci, riuscivano a trincerarsi in nicchie sicure all'interno di questo vorticoso mondo fatto di progetti corporate che nascono e muoiono nell'arco di mesi, di startup che falliscono, di pessime idee poste di fronte al mercato nella speranza che qualcosa attecchisca, con un immane spreco di energie (le nostre) e di capitali, spacciando tutto questo processo come necessario. Questa stessa mentalità è stata trapiantata in Italia e distorta dai tratti culturali e sociali locali: il nomadismo del lavoratore tecnologico si è mischiato al feudalesimo della piccola-media impresa italiana, in cui un padroncino con spiccato accento veneto comanda a bacchetta una schiera di sottoposti che da un lato viene raccontata come i programmatori californiani privilegiati, all'avanguardia, con in mano le chiavi del mondo e dall'altro come una professione ingrata, umile, pagata il minimo necessario. Al di qua delle Alpi, molti hanno come principale ambizione di diventare il nuovo padroncino o perlomeno un manager, appena al di sopra dei rematori che mandavano avanti la barca.

Questa contraddizione fa comodo a chi vuole continuare a pagare stipendi bassi, a normalizzare gli straordinari, a far fare le cose di fretta, male, sotto pressione, per incassare i soldi dell'appalto e passare all'ennesimo software fatto male, che andrà a rimpiazzarne un altro fatto egualmente male da aziende che seguono la stessa logica. Nel mentre le energie mentali di intere generazioni di informatici vengono immolate per continuare a mandare avanti questa macchina perversa. I profitti ovviamente rimangono tutti in alto e coi tempi che corrono si deve ringraziare di avere un contratto indeterminato. Oltre al danno, la beffa.

Per fortuna anche su questo versante il conflitto è aperto: a questa visione fatta di isolamento, sfruttamento e software inutile se ne sta contrapponendo un'altra, dove chi produce il software è un lavoratore e si considera pienamente tale, connesso con il risultato della propria attività e i suoi impatti sul mondo.

Stiamo vedendo proteste, scioperi, movimenti di lavoratori, sindacalizzazioni che stanno scuotendo il settore in America e nel resto d'Europa. Nuove generazioni di lavoratori digitali scontenti di come stanno ora le cose e determinati a cambiarle. In ballo c'è il futuro del mondo intero, quel futuro fatto di benessere condiviso che la tecnologia non è riuscita a darci. Non fatevi ingannare: voi domani ci sarete in mezzo e chi vi è in mezzo oggi non è diverso da voi. Sta succedendo e sta succedendo ora, anche se in Italia tutto questo, come sempre, arriva sempre un po' in ritardo.

Il quarto conflitto, che sta attraversando la nostra società tutta, è tra chi considera il lavoro un valore in quanto tale e chi lo considera un problema. In qualsiasi società antecedente alla nostra il lavoro era visto come una cosa sporca, necessaria ma da evitare per quanto possibile. Ancora in molte culture questo spirito di resistenza al lavoro sopravvive. Fare il minimo necessario per raggiungere il benessere materiale e poi fermarsi, sia come individui, sia come società. Se si fa qualcosa in più oggi è per lavorare di meno domani. Se si innova è per avere lo stesso benessere lavorando meno.

Per motivi tanto religiosi quanto economici e politici, questo meccanismo ha iniziato a rompersi circa un secolo fa e a prescindere dal benessere raggiunto, il lavoro è tornato ad aumentare. Non per produrre alcunché ma semplicemente per mantenere l'illusione che sia necessario il lavoro di tutti, così da dare a tutti l'occasione di mostrarsi meritevoli sacrificando buona parte della propria vita sull'altare del lavoro. Fintanto che qualcuno ti paga, si crede che il tuo lavoro serva a qualcosa o non ti pagherebbero. Nel frattempo si continua a lavorare a vuoto, produrre sempre più cose inutili, consumate a causa di desideri prodotti per la necessità di consumare. Ogni passaggio di questo ciclo consuma risorse naturali e umane, inquina, distrugge. Il mondo va a fuoco e andiamo in giro con un lanciafiamme per paura che il fuoco si spenga.

Panorama Solarpunk – by ImperialBoy

Ripensare il lavoro per ridurlo al minimo possibile non è solo un obiettivo politico come lo è stato per più di un secolo ma oggi è diventato un imperativo: l'alternativa è l'estinzione. Noi, come tecnici, siamo in una posizione particolare: il nostro lavoro può essere utile. Utile a creare un'alternativa, utile a disinnescare questi meccanismi, utile a supportare la costruzione di una nuova società in cui lo scambio efficiente di informazioni digitali non sia usato per accelerare verso il baratro ma usato per coordinare un sistema che porti benessere a tutte e tutti. Siamo in una delle posizioni chiave, ma abbiamo le mani legate, perché questo cambiamento non possiamo portarlo da soli.

La vostra generazione, sperabilmente, troverà un piccolo solco già tracciato, da seguire e allargare, per liberarsi dal lavoro inutile e da chi lo propone. Un solco fatto di tecnologie intersecate con una visione politica chiara, supportate da e in supporto di cambiamenti sociali profondi.

L'assalto alle mura

Tutti questi conflitti sono i sintomi di cambiamenti più ampi che si riflettono sul mondo della tecnologia. Cambiamenti ancora tutti da costruire e portare avanti: il vecchio mondo sta morendo e non è chiaro come sarà il prossimo. I risultati li vedremo fra qualche decennio, quando questi cambiamenti si saranno sedimentati e ci si potrà guardare indietro, ma bisogna essere risoluti: il nostro tempo critico è ora.

Avete un'enorme fortuna: la vostra generazione vive con un timer sulla testa. Come il prisma dei Sims, vi segue ovunque andiate. Il timer segna quanto manca al collasso. Non è importante quale sia il valore, quanti anni, mesi o giorni manchino. Ciò che conta è il timer stesso: può produrre ansie, paure, forse terrore, ma è anche e soprattutto fonte di energia, quella dell'animale chiuso nell'angolo, la scarica di adrenalina che arriva da una ferita e che può dare lo slancio per mettersi in salvo. La consapevolezza che ci sono solo due scelte: azione o morte. La passività non è contemplata.

Solarpunk Greenhouse – by Liv Jeremiah

Concludo con un auspicio: spero che ciò che sto vedendo nascere, le persone che prenderanno in mano ciò che oggi la mia generazione sta creando, siano all'altezza delle aspettative. A voi che creerete la tecnologia di domani auguro di avere la forza, la coesione e la risolutezza che sono così difficili da far sgorgare nella mia generazione. Spero che la vostra rabbia bruci a lungo e più intensa dei roghi della Siberia o del Sud Italia. Per trasformare questa rabbia in cambiamento, è fondamentale che continuiate a studiare, non solo le materie tecniche, ma anche il mondo che vi sta intorno e ciò che viene scritto su di esso. Questi problemi sono stati creati con il supporto di tante e tanti come voi, venuti prima di voi, a cui è stato fatto credere che il loro dovere era esclusivamente di concentrarsi sugli aspetti pratici della tecnologia. Non cascateci: leggete di filosofia, di politica, di sociologia, di economia, di ecologia, di arte. La conoscenza rende liberi e questo mondo non può più sostenere una generazione di tecnici incatenati all'ignoranza.

Una nuova tecnologia non solo è possibile, ma è indispensabile. Non esiste alternativa.


Vuoi iniziare ad approfondire alcuni dei temi toccati nell'articolo e non sai da dove cominciare? Un'opzione può essere questa lista di letture: link

Vuoi invece qualcosa di più pratico? Considera di unirti ad un'organizzazione come ad esempio Tech Workers Coalition Italia o Autonomi.cc

Questo articolo è parte di una serie che sperabilmente porterà alla creazione di un articolo aperto sul tema della disseminazione tecnologica e la narrativa su come è compresa e svolta in occidente. Gli articoli saranno leggibili indipendentemente uno dall'altro o come un corpo unico.

Panorama SolarPunk – di ImperialBoy

Letture propedeutiche:

The Californian Ideology

Contro l'hackerismo


Questo articolo presenterà un'analisi utile a comprendere la nuova ondata di organizzazioni, scioperi e proteste che attraversa il settore dell'Information Technology(IT), in particolare in USA e Nord Europa, scritta dal punto di vista di un Tech Worker. La speranza è quella di dare trasparenza a questi fenomeni e permettere di comprenderne più a fondo le peculiarità, le similarità con strutture e processi passati e presenti ma anche le profonde differenze sia sul piano della prassi che sul piano dell'identità.

Nota: in questo articolo si utilizzerà il termine “Tech Worker” per identificare esclusivamente figure tecniche o creative impegnate nello sviluppo di software, hardware e artefatti tecnologici in genere. Questo uso del termine differisce da quello, ad esempio, di Tech Workers Coalition che definisce Tech Worker chiunque sia coinvolto nel processo di produzione di una tecnologia. Questa scelta è fatta per meglio mapparsi sulla nascente identità del Tech Worker, che sebbene venga forzosamente allargata a figure molto diverse tra loro per scopi strategici, ad oggi ha trazione principalmente tra figure tecniche. Questa non è una critica all'obiettivo di creare solidarietà tra diverse categorie di lavoratori ma esclusivamente una semplificazione fatta per dare chiarezza alle idee qui esposte. Alcune mansioni associabili a questa definizione di Tech Worker sono: grafici, programmatrici, designer, sistemisti, architetti del software, tester, quality assurance, copywriter.


Il Capitale Digitale è un colosso dai piedi d'argilla. La testa d'oro, la parte più visibile, è quella di Mark Zuckerberg, Sundar Pichai o di Jeff Bezos che iniziano a trattare con gli Stati-Nazione da pari. Ormai insidiati nelle strutture produttive, logistiche e burocratiche di ogni paese, hanno reso dipendenti non solo i consumatori ormai inseparabili dai loro schermi (incluso il sottoscritto) ma anche tutti i tessuti sociali di cui fanno parte. Una rimozione repentina di Google Search, Google Cloud Platform o Amazon Web Services avrebbe un impatto traumatico su tanti settori industriali, al punto che l'Unione Europea insegue il sogno di un Cloud indipendente e di servizi web liberi dalla giurisdizione americana non solo come stimolo al settore digitale del vecchio continente ma anche e sopratutto come strumento di indipendenza tecnologica.

Questo dà ai giganti del tech, così come a tante altre corporation meno appariscenti ma altrettanto interlacciate con governi e settori produttivi locali, il ventre di silicio dell'IT, un enorme potere oltre che una relativa tranquillità: l'Occidente è pienamente colonizzato e gli Stati-Nazione hanno tutto l'interesse nel tenere la vera concorrenza (principalmente Cinese) fuori dal dominio del Simbionte tecno-sociale occidentale.

Questa apparente solidità, però, non è destinata a durare. Il sasso che farà crollare il colosso abita il colosso stesso: un' idea nuova, potente, sta emergendo dalle sue membra metalliche, pronta a distruggerne la struttura alle fondamenta. Il sasso, ormai pronto ad essere scagliato, è il Tech Worker: consapevole e risoluto, è pronto a dar battaglia, ufficio per ufficio, officina per officina, magazzino per magazzino.

I Tech Worker (non) sono gli operai del nuovo millennio

Le aziende del Big Tech, nate in larga parte in pieno neo-liberismo e cresciute in maniera rapida e caotica, raramente si sono dovute confrontare con forme di conflitto interno. Certo, si possono raccontare tanti esempi di conflitti individuali ai vertici di queste aziende, come quello tra Steve Jobs e Steve Wozniak, ma sono invece molto più rari gli esempi di conflitti strutturali. O per meglio dire: erano rari fino a pochi anni fa.

Sono sempre più frequenti infatti gli esempi di lavoratori tecnologici che, presa coscienza del proprio ruolo nel sistema di produzione della tecnologia digitale e dei danni che questa porta, decidono di prendere in mano la situazione. Proteste, scioperi, boicottaggi della produzione sono sempre più frequenti, sopratutto in USA. Un fenomeno nuovo, ancora giovane e acerbo, ma che ha squarciato l'illusione della pace sociale e che contesta il Futuro alle utopie tecnocratiche proposte dalla Silicon Valley e riecheggiate in tutto l'Occidente. Partendo da un desiderio latente di giustizia sociale, da una necessità di maggiori diritti per donne, comunità LGBTQIA+ e minoranze etniche, da posizioni anti-militariste ed ecologiste ma anche direttamente da rivendicazioni salariali è in corso una ri-educazione dei lavoratori tecnologici verso la lotta politica e sindacale.

Questo movimento, nato in un mondo ormai consapevole della Complessità, si configura come un ecosistema altamente distribuito e decentralizzato, con radici locali e ambizioni di coordinamento globali. Una galassia di gruppi, organizzazioni, identità, nomi: grandi mangrovie come Tech Workers Coalition e Game Workers Unite, piccole vespe, rapide e implacabili, come Amazon Employees for Climate Justice, microorganismi insediati nel ventre di organizzazioni molto più grandi come sindacati e istituzioni con la capacità di adattarne il microbioma e permettergli di digerire i cambiamenti portati dalle novità del lavoro tecnologico come il Tech Workers Organizing Committee della IWW o laboriosi formicai come Loomio.

Per alcuni viene spontaneo a questo punto ricercare in questi fenomeni similarità con i movimenti operai che hanno costellato l'ascesa del Capitale Industriale. Il nuovo Capitale Digitale, ormai affermato su scala globale, ripete gli stessi pattern.

Per altri invece la modellazione del cognitariato offre un fondamento per inquadrare l'esperienza e il modo produttivo dei lavoratori del settore cognitivo affermatosi con l'ascesa del modello neoliberale. Sebbene questa categoria catturi efficacemente alcuni aspetti nuovi presenti nelle forme di produzione della tecnologia, ne occulta altri fondamentali per comprendere le dinamiche di potere presenti all'interno degli open-space in cui viene sviluppato il software o nelle officine in cui viene progettato il nuovo gadget di turno.

Come in molte forme di lavoro cognitivo, anche nella produzione tecnologica il contributo individuale è difficilmente misurabile. Questo meccanismo nella pratica si traduce in un conflitto tra management e lavoratori per la logica di misurazione. Nella fabbrica fordista questo conflitto si svolge sui numeri dei pezzi prodotti, sulla durata delle pause o dei turni; nel lavoro cognitivo invece ciò su cui si contende è il sistema di misurazione stesso, il processo e, talvolta, l'obiettivo stesso della produzione e gli artefatti con cui arrivarvi. Una sconfitta totale da parte del lavoratore implica la libertà del manager di utilizzare metriche (ovviamente arbitrarie) in grado di dimostrare che nonostante l'impegno del lavoratore, il risultato non è soddisfacente e di conseguenza si auto-legittima a richiedere un impegno maggiore. Un esempio può essere un lavoro di grafica: il giudizio del committente è sempre il metro ultimo con cui si valuta un artefatto grafico e lavori da pochi minuti possono venire registrati come soddisfacenti mentre lavori che richiedono diversi giorni possono venire rifiutati perché non conformi alle richieste, questo con scarso potere di appello da parte del lavoratore.

Semi di resistenza spontanea

In ogni forma di lavoro cognitivo si può osservare questa dinamica di conflitto sul lavoro immateriale ma, io credo, il settore IT ha un tratto particolare: se, culturalmente ed organizzativamente, un manager si sente in diritto di giudicare un artefatto grafico, un testo o una pubblicità a prescindere dalla sua effettiva competenza in materia, lo stesso non si può dire di un software, di un design hardware o di un pezzo di codice. Può giudicarne l'interfaccia grafica e l'esperienza utente, ma raramente può andare più a fondo, banalmente perché le competenze tecniche necessarie sono oltre le possibilità della stragrande maggioranza della classe dirigente ma anche di altri programmatori non specializzati nelle stesse cose. Chi prova ad oltrepassare questa barriera, spesso e volentieri riceve una forte opposizione. Nelle organizzazioni in cui questa è la routine, se il software è una componente critica per l'organizzazione, questa invasione di campo viene riconosciuta comunemente come una potenziale causa di fallimento economico o strutturale dell'organizzazione. Nei rari contesti in cui organizzazioni del genere possono sopravvivere, questa attitudine porta alla creazione di mostri digitali, ostracizzati come anomalie da eliminare. Questo truismo anti-managerialista genera un'area grigia a bassa visibilità che apre ampie aree di autonomia e di potere, non eliminabili con deskilling, standardizzazione e automazione. I Tech Worker utilizzano questa argomentazione, spesso senza consapevolezza, per difendere istintivamente la propria autonomia quando presente (come nel caso dei programmatori) o quando va riconquistata (come nel caso dei grafici).

Perché il deskilling, un pattern apparentemente endemico nel ciclo di vita della maggior parte delle professioni, non sembra impattare l'IT? Per costruire un'argomentazione solida è necessario approfondire cosa esattamente significa produrre software e come evolve nel tempo l'utilizzo di una determinata tecnologia.

Il pattern fondamentale che ogni programmatore intuitivamente comprende è che, col passare del tempo, ogni soluzione ad un problema viene prodottizzata, semplificata e resa disponibile come codice open source. Così un programmatore mediamente qualificato che 10 anni prima avrebbe dovuto spendere migliaia di ore per sviluppare una data soluzione, ora può prendere un componente già fatto, customizzarlo in poche ore e avere una prima versione funzionante del sistema.

Un esempio lampante sono le tecnologie Big Data: se a metà degli anni 2000 solo Google, Yahoo e una manciata di altri potevano davvero permettersi di processare un volume di dati che oggi chiameremmo Big Data, oggi questo tipo di operazioni richiede poche centinaia di ore/uomo per avere una prima iterazione funzionante, la maggior parte delle quali necessarie a configurare una rete di computer su cui eseguire il programma. La logica del programma in sé diventa triviale una volta che si utilizza un Data Processing Engine, software dedicati a semplificare la scrittura di programmi distribuiti su più macchine. Questi software 20 anni fa non esistevano e fu proprio Google a stimolare la nascita del settore ispirando Hadoop, il primo vero Data Processing Engine, ancora in uso ad oggi in molte aziende. Hadoop, e poi Spark, Flink e tutta la genealogia di questi software, trasformano un problema estremamente complesso come la distribuzione dell'esecuzione di una pipeline di processamento dati in un lavoro alla portata di un programmatore non esperto che con poche righe di codice è così in grado di svolgere operazioni prima riservate ad una piccola élite di super-programmatori.

Questo assomiglia alla standardizzazione e automazione che si può incontrare in un contesto industriale, dove l'introduzione di una macchina più potente rimpiazza una frazione corposa della forza lavoro, eliminando la necessità di lavoro manuale. Sarebbe però un errore pensare che questo sia il pattern che si vede nell'IT: quello che si osserva è che semplicemente si espandono le ambizioni e le possibilità di chi produce software, puntando a catturare, processare e comporre informazioni sempre più grandi, sempre più complesse, in maniera sempre più pervasiva. Al momento non sembrano esserci vincoli fisici o sistemici all'espansione di questo meccanismo: la capacità computazionale è, ad oggi, ampiamente sotto-utilizzata e un qualsiasi rallentamento nella sua crescita semplicemente verrebbe compensata ottimizzando il codice esistente per meglio sfruttare l'hardware a disposizione. La domanda di servizi informativi fatica ad essere soddisfatta sotto il capitalismo cibernetico. In più l'offerta di forza lavoro umana necessaria è insufficiente, rallentando il meccanismo. Nulla cresce all'infinito, ma al momento all'orizzonte non si riesce ad immaginare un cambiamento non traumatico che porti ad un rallentamento nella crescita della forza lavoro impegnata nello sviluppo software.

Il modo in cui i lavoratori tecnologici si distribuiscono nell'arco di vita (concettualizzazione –> adozione –> commoditizzazione –> maturità –> declino/plateau) delle tecnologie su cui si specializzano tende a determinare il livello di benessere relativo del lavoratore, prendendo spesso precedenza su altri fattori come l'anzianità. Sebbene questo fenomeno costringa il lavoratore ad aggiornarsi costantemente, spesso a spese proprie e con danni psicologici enormi, garantisce anche una capacità potenzialmente illimitata nel reinventarsi come una nuova figura professionale: se si finisce su un'onda calante, si ha la certezza che investire su un'onda crescente eviterà l'esclusione dal mercato del lavoro, una prospettiva percepita come talmente improbabile da non essere contemplabile.

Ciò concede al Tech Worker una relativa stabilità, ormai inusuale nel mercato del lavoro neoliberale dalla quale può costruire forme di solidarietà, non per disperazione, ma per consapevolezza della propria forza. La certezza percepita di avere sempre una posizione lavorativa disponibile a prescindere dall'andamento dell'economia è tanto importante, sul piano strategico, quanto e forse più della sicurezza economica portata dagli stipendi sopra la media.

I distinguo però non sono finiti e c'è un altro livello di complessità che motiva i Tech Worker nella propria lotta, sopratutto in USA. Se una fetta corposa dei Tech Worker è relativamente protetta, con un contratto a tempo indeterminato, benefit e stabilità, molti altri non hanno questi privilegi nonostante siano parimenti competenti. In un campus di Google è normale vedere seduti fianco a fianco a lavorare sullo stesso pezzo di codice un software engineer “anziano” che guadagna 160k$ RAL e un precario, magari con la stesso livello di anzianità, pagato 90k$ RAL o meno. La differenza? Uno è riuscito a passare il processo di selezione notoriamente bizantino di Google. In una cultura dove la competenza tecnica è la misura della persona che hai di fronte, una situazione simile indispone sia il dipendente interno che il contractor e non esiste narrativa aziendalista che riesca a convincerli di meritare uno stipendio diverso.

Oltre a questi esempi lampanti, esistono innumerevoli storie e casi che alimentano un sentimento diffuso per cui l'intera industria risponde a impulsi irrazionali il cui risultato è insoddisfacente. Caduta l'illusione che più tecnologia possa essere la risposta, a riempire il vuoto arrivano le più disparate ideologie e soluzioni, alcune latenti da tempo, altre inedite e in piena accelerazione. Progressiste, rivoluzionarie, conservatrici o reazionarie, tutte contribuiscono alla politicizzazione di un settore che fino a poco tempo fa era dominio indiscusso del neoliberalismo, capace di difendere la propria posizione con la giustificazione che “la Tecnologia non va politicizzata”. Oggi questo mantra ripetuto ossessivamente per anni nei blog e sui forum di tutta l'Internet, ai meetup, alle conferenze, suona fiacco.

Una volta esclusiva degli ambienti più radicali e di nicchia, frasi come “deve intervenire lo Stato”, “il problema è politico, non tecnologico”, “bisogna abbattere l'attention economy”, “il Capitalismo è incompatibile con la Tecnologia Etica”, “bisogna nazionalizzare Facebook” non sono più così rare e non vengono più scartate come il blaterare dell'ennessima zecca venuta a disturbare le grandi menti impegnate a discutere i meriti della licenza GPL in confronto alla MIT.

Sarebbe però un errore credere che le sinistre, sia radicali che moderate, sia anarchiche che stataliste, sia lavoriste che anti-lavoriste, siano le uniche forze in entrata in questi spazi. Sopratutto in America, ma ormai purtroppo anche in Europa, le nuove ondate di Anarco-Capitalisti, Libertariani, NRx e altre ideologie di estrema destra si affermano, tra le altre, spinte tanto dall'alto quanto dal basso, forti di una base valoriale più compatibile con lo status quo dell'Ideologia Californiana in disgregazione. La battaglia è ancora aperta e il senso di urgenza pervade le strategie dei Tech Workers.

Identità

Il problema delle Identità è centrale e ricorrente nell'esperienza dei Tech Workers. Chi è un Tech Worker e chi no? Che identità vogliamo costruire per noi stessi? Cosa ci muove e verso quali fini? In un vuoto di narrative alternative e nel vuoto ideologico di cui abbiamo parlato poco sopra, la possibilità e la necessità di costruire identità condivise e funzionali alle strategie di mobilitazione dei lavoratori diventano un'occasione imperdibile per persone che sono state quasi sempre raccontate da altri.

Da un lato il pop che presenta tutti come nerd bianchi, giovani, infantili e smanettoni, che con un colpo di genio riescono a fare i miliardi. Dall'altro ambienti anarchici e socialisti spesso ostili a tutto ciò che è tecnologia digitale e che appiattiscono le differenze tra i CEO e i lavoratori delle aziende tech, registrando solo gli effetti di una macchina disumana che produce tecnologie a fini malvagi con in mente il profitto e lo sfruttamento, condannando tutti indistintamente come colpevoli. A questo fa da contraltare l'eroismo cyberpunk dell'hacker sovrumano e onnisciente, stereotipo a sua volta appropriato dal Capitale Digitale e mescolato a quello del nerd ingenuo ma geniale per creare ibridi abominevoli: startupper “anti-sistema” impegnati in una crociata solitaria per trasformare il proprio genio in una forza purificatrice capace di spazzare via le storture dello status quo. Crociata che sperabilmente si concluderà con enormi profitti per l'hacker-startupper e la creazione di un nuovo mattoncino per ampliare la distopia digitale in cui viviamo. Raccontarsi con la propria voce invece di farsi raccontare da altri è un primo passo necessario per trovare l'unità necessaria a portare avanti qualsiasi rivendicazione.

Questo movimento ha quindi il duplice compito di presentarsi come qualcosa di riconoscibile e inclusivo tanto verso la maggioranza di nerd conformi quanto verso le nuove generazioni che stanno portando nuovi elementi culturali, nuovi rituali, nuove estetiche.

Un conflitto già in atto da alcuni anni nel settore, alimentato dall'insofferenza per l'estremo nerd-machismo sedimentato in decenni di maschi dalle scarse competenze sociali e dall'empatia nulla, capaci di operare esclusivamente in un contesto di competizione. Questi, riconoscendo esclusivamente la competenza tecnica come metro di misura tanto della persona quanto del lavoratore, hanno selezionato negli anni principalmente propri simili come colleghi, creando ambienti di lavoro tossici e definendo, come effetto secondario, un ambiente ostile non solo alla solidarietà ma anche alla semplice comunicazione interpersonale. Inutile dire come il management non abbia mai avuto problemi ad assecondare queste tendenze per lungo tempo. Un'inversione di rotta si è avuta nell'ultimo decennio nel momento in cui la necessità di maggiore forza lavoro e di stipendi più bassi ha forzato il settore all'inclusione di persone con un passato e un'identità diversi.

Questo conflitto sta venendo capitalizzato dai Tech Worker per presentarsi come tedofori di una nuova visione del settore tecnologico, contaminando le logiche meramente identitarie dei liberal anglo-sassoni con discorsi più radicali. “Senza solidarietà e lotta di classe, le minoranze saranno sempre oppresse.”

Oltre alla tribù dei battitasti, il movimento dei Tech Worker punta al riconoscimento da parte delle sinistre radicali variamente ostili all'inclusione di programmatori e sistemisti tra le loro fila.

“Sono colletti blu o colletti bianchi?”

“Sono troppo privilegiati per essere radicalizzati.”

“La tecnologia è uno strumento di oppressione del Capitale e loro la abilitano”

Consapevoli di queste critiche, non completamente infondate, i Tech Worker puntano a far emergere la complessità del settore, mostrando cosa esiste oltre al programmatore strapagato di Google: precarietà diffusa, supply chain del software che coinvolge lavoratori del terzo mondo con stipendi miseri, discriminazioni strutturali e individuali. Anche per le posizioni apparentemente migliori esistono lati oscuri: straordinari non pagati, burnout, violenza psicologica, sviluppo di dipendenze da Adderall, cocaina o altre sostanze per reggere i ritmi di lavoro.

Al momento della stesura dell'articolo, questo processo di sviluppo dell'identità è a mio parere ancora in una fase embrionale. Un progetto in divenire. Nonostante questo le tante anime del movimento dei Tech Worker sembrano avere un'idea condivisa, per quanto vaga, di come dovrebbe essere il lavoratore dell'IT:

  • proveniente da background sociali diversi
  • dotata di competenze tecniche pienamente integrate da capacità critiche e in grado di ragionare sui problemi degli umani tanto quanto su quelli delle macchine
  • vede l'impatto del suo lavoro sul mondo non come una serie di puzzle da risolvere ma come un intervento delicato in un sistema di equilibri complessi
  • comprende l'importanza della dimensione sociale nella produzione tecnologica e come questa venga influenzata dai sistemi di valori delle persone e delle organizzazioni coinvolte
  • è consapevole di essere una lavoratrice e che i propri interessi possono essere in conflitto con quelli di chi controlla l'azienda in cui lavora

Un tema su cui invece c'è più confusione è quello della competenza tecnica come valore. Da un lato si vuole essere inclusivi e non discriminare persone all'inizio del proprio percorso di apprendimento. Inoltre un ridimensionamento dell'importanza della competenza tecnica aprirebbe alla solidarietà con persone che svolgono lavori diversi nella stessa industria; idea cavalcata, ad esempio, dalla definizione molto precisa di Tech Worker adottata da Tech Workers Coalition: Tech Worker è chiunque contribuisca col proprio lavoro alla produzione di tecnologia. Questo include indistintamente i lavoratori manuali, cognitivi, programmatori, personale delle mense e delle pulizie, sistemisti, rider e autisti di Uber/Lyft e via di questo passo.

Dall'altro lato però la competenza tecnica è un elemento identitario consolidato e necessario per scardinare da una posizione di forza le strutture machiste di cui si è parlato in precedenza. Non solo: una politica “muscolare” finalizzata allo sviluppo e alla disseminazione delle competenze, verso i singoli e verso le organizzazioni, offrirebbe una base solida per un approccio pragmatico, capace di far presa su persone non abituate agli stilemi dell'attivismo e della politica partecipata. Noiosi dibattiti, lunghe assemblee che conducono a tante domande e poche risposte, eccessi di orizzontalismo e paralisi decisionali sono tratti visti con sospetto da molti Tech Worker e causa di forte attrito.

Sarebbe un errore cercare di imporre valori, forme e rituali delle sinistre su una massa che fino ad oggi ha fondato la propria identità sul pragmatismo, la depoliticizzazione degli spazi e la risoluzione eterodiretta dei problemi. Se il mondo dell'attivismo, sopratutto anarchico, non si pone problemi nell'avere inefficienze e prioritizza spesso la consultazione e il dibattito, i Tech Worker anche quando allineati ideologicamente, preferiscono strutture decisionali più strutturate ed efficienti. Di contro questa mentalità viene talvolta accolta con ostilità dagli attivisti, che nei rituali democratici e comunitari trovano una giustificazione morale al loro operato mentre interpretano il pragmatismo dei Tech Worker come riproduzioni delle forme organizzative del Capitale, orientate all'efficienza e all'obbedienza. Le attuali forme organizzative in larga parte coinvolgono la minoranza di Tech Worker già capaci di esistere in entrambi in mondi e di operare tramite logiche multiple a seconda del contesto.

L'apertura a forme di organizzazione diverse pone però un forte filtro all'inclusione diretta dei Tech Worker incapaci di adattarsi alle forme dell'attivismo e lo sviluppo di una pratica “mista” ed inclusiva è necessario per generalizzare le strategie organizzative adottate finora. L'obiettivo è integrare due visioni diametralmente opposte dei processi decisionali: da un lato l'approccio iper-razionale che vede la discussione come uno strumento per arrivare ad una soluzione oggettivamente ottimale, scremandola del superfluo. Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla. Dal lato opposto una visione dei processi decisionali come processo per raccogliere la volontà collettiva e sintetizzarla in azioni che rispecchino i valori particolari dei partecipanti.

Una soluzione temporanea adottata da molteplici gruppi, in primis Tech Workers Coalition, è un'operatività su due livelli: democratica, partecipata, collettiva al suo interno e pragmatica, snella, lineare nelle aziende, durante le proteste e in generale durante le interazioni con individui e organizzazioni esterne, lasciate libere di organizzarsi secondo i propri tempi e modi ma guidati da obiettivi chiari e processi semplici, in cui le varie organizzazioni di Tech Worker fungono da facilitatori.

Esistono però numerose aree in cui si può osservare una compenetrazione tra il tema tecnico, familiare all'odierno programmatore, e il tema politico che gli è alieno. Ad esempio, ogni lavoratore tecnologico sa perfettamente quanto le logiche di produzione capitaliste siano incompatibili con la qualità del software. C'è chi lo accetta come inevitabile, chi è rassegnato e chi lo combatte, ma nessuno crede che la pressione competitiva di un'economia di mercato, associato ai tempi ridotti e allo stress che essa genera, porti ad un incremento della qualità, affidabilità, resilienza e correttezza di un software. Questa contraddizione è una delle tante leve su cui le Tech Worker provano a sedurre i tanti che pongono la qualità di ciò che producono come priorità assoluta nella loro attività quotidiana, ostacolati appunti da interessi aziendali invasivi giustificati dai desideri dei clienti o del mercato.

Offrire protezione per esprimere in tranquillità le proprie capacità tecniche è spesso una prospettiva più allettante per il lavoratore rispetto ad un aumento salariale. Discorsi simili possono essere fatti anche per gli usi per cui il software viene utilizzato: è molto forte la percezione di molti, anche non radicalizzati, che buona parte dell'industria IT non produca nulla di valore per nessuno. Avere un'alternativa capace di avere un impatto positivo sulla collettività è un altro desiderio profondo del lavoratore tecnologico: sottolineare come le promesse dell'Ideologia Californiana abbiano trasformato la società in una distopia noiosa allontana spesso e volentieri il lavoratore dal condurre nuovi tentativi all'interno della forma mentis neoliberale. Mettere sul tavolo nuove sfide, nuovi problemi, nuovi obiettivi è quindi una prassi estremamente efficace per un pubblico cresciuto nella convinzione di poter piegare natura, società e politica ai propri voleri.

Ci sarà tempo per educarli e spiegargli che l'eccesso di tecnopotere è uno dei mali del nostro tempo e che non possono essere arbitri del futuro della società, come provano a fare Mark Zuckereberg o Jeff Bezos.

La prospettiva italiana

Ciò di cui abbiamo parlato finora sta avvenendo principalmente negli USA, la Capitale dell'Impero. Qui nella provincia le cose sono un po' diverse: è diverso il tessuto produttivo, è diversa l'identità, sono diversi il volto e la mano del Capitale, è diversa la storia dei movimenti sindacali, sono diversi i valori. Tuttavia la maggior parte dei fenomeni descritti in precedenza hanno avuto un impatto culturale e materiale, digeriti in modo diverso, distorcendosi o adattandosi al caso locale.

L'Italia è una colonia del neo-imperialismo americano in tante forme, ma è quantomai evidente quando si parla di produzione del software e delle nuove tecnologie in generale. Sia nella narrativa sia nella pratica, l'Italia è un mercato remoto per l'export tecnologico che partecipa in maniera principalmente passiva al processo.

L'Italia è una terra di amministratori e politici ingenuotti, pronti a scambiare perline di vetro in cambio dell'accesso incondizionato ai dati dei cittadini, al contrario di Francia, Germania e degli organi UE che un minimo di coscienza su questi temi, lentamente, la stanno sviluppando.

L'Italia è un pool di talenti da assorbire. Un sistema universitario con i suoi problemi ma tutto sommato valido e capace di produrre competenze che, con un abile trucco, è stato orientato a produrre laureati per mercati che in Italia non esistono o sono troppo piccoli. Così i migliori emigrano. USA, UK e di recente anche altri hub tecnologici come Berlino, Barcellona e Parigi ne beneficiano senza spendere un euro in formazione.

Infine l'Italia è un enorme fonte di appalti pubblici e privati. Aziende estere assumono programmatori italiani, prendono commesse italiane per produrre software da vendere ad altri italiani, mangiandosi enormi margini. La torta viene spartita da una manciata di nomi che si contendono l'accesso a questa miniera d'oro, escludendo nel mentre chiunque cerchi di entrarvi in maniera competitiva. Per le aziende italiane rimangono le briciole, i progettini, i siti vetrina per gli agriturismi di Civitella di Romagna. Qualche fortunato riesce ad entrare in questo sistema, fatto di lottizzazioni occulte, mazzette, giochi di palazzo ma sono piccole eccezioni che tendono a rinforzare lo status quo più che metterlo in discussione. Questo sistema non solo sifona un'enormità di fondi, ma produce software di scarsa qualità per riprodursi e continuare a crescere, impedendo la formazione di un tessuto produttivo autoctono e connesso con le realtà locali.

Questo soffocamento avviene sia dirottando fondi verso l'estero ma sopratutto ingabbiando fette consistenti di neo-laureati e neo-diplomati in gironi infernali di consulenza, fatti di ritmi forsennati, straordinari non pagati, software scritto di fretta, ambienti di lavoro tossici e totale sottomissione alle richieste di clienti e manager. Il tutto poi per stipendi relativamente bassi. Il meccanismo di ritenzione delle vittime di questo sistema è complesso ma si può cercare di definirlo come una convergenza di vari fattori: molti di questi lavoratori vengono assunti appena usciti dall'università o dalla scuola, attraverso meccanismi di recruitment predatorio che cerca di intercettare gli studenti prima che questi possano avere tempo di sviluppare le competenze per navigare il mondo del lavoro e comprendere le alternative. Vengono poi sottoposti ad un lento lavoro di condizionamento, che spesso inizia dal colloquio, al fine di normalizzare le pratiche lavorative e gli obiettivi della consulenza, spesso diametralmente opposti a quelli comuni nel resto dell'industria IT. La formazione è rara, spesso lasciata al lavoratore e talvolta su tecnologie utilizzate principalmente in consulenza. Per chi, dopo diversi anni di questa vita, si ritrova a guardarsi intorno la situazione appare grigia: queste esperienze sul curriculum hanno valore principalmente per altre società di consulenza. D'altronde chi può, evita di assumere una persona probabilmente psicologicamente massacrata e tecnicamente allineata ad un modo di lavorare incompatibile con ciò che si fa al di fuori della consulenza. Il percorso di riconversione è sempre possibile ma è spesso arduo e penalizza il lavoratore ben oltre il termine del proprio contratto in consulenza.

L'altro lato della medaglia è quello della piccola consulenza. Un esercito di P. IVA adibita allo sviluppo di e-commerce, siti vetrina, adattamenti di software gestionale e tanto altro lavoro “umile” per gli standard estetici e sociali del settore ma fondamentale per la digitalizzazione dell'Italia. Disillusi dalla classe imprenditoriale, decidono di mettersi in proprio e prendersi tutti i rischi del precariato in cambio di un guadagno dignitoso e della libertà dagli abusi psicologici dei caporali da ufficio, spesso rimpiazzati dai clienti in questo ruolo.

Il panorama è quindi estremamente diverso da quello Americano e irrimediabilmente i primi germogli del movimento, consapevoli di queste differenze, hanno la necessità di riadattare, rimappare, ripensare tanto le premesse quanto le strategie di un movimento come quello dei Tech Worker che per quanto abbia ambizioni internazionaliste, nella pratica risulta essere un prodotto locale.

India, Cina e in misura minore anche l'Africa sub-sahariana (in particolare la Nigeria) stanno vedendo nascere movimenti categorizzabili sotto lo stesso ombrello ma con tratti necessariamente diversi e con un dialogo estremamente limitato con le controparti del Nord Globale.

Queste esperienze diverse sicuramente saranno in grado di produrre spunti utili e necessari all'arricchimento dell'arsenale concettuale dei Tech Workers italiani, schiacciati tra la possibilità di avere un IT comparabile perlomeno con quello delle altre nazioni europee e una realtà materiale fatta di consulenza, outsourcing e piccoli sviluppi che rassomiglia di più al Karnataka che a Londra.

Tra questi due estremi si pone lo sviluppo di un discorso e una strategia autonoma. Esistono elementi per ambire a costruire un movimento dai tratti esclusivamente italiani: la nostra lunga storia sindacale e la teoria che ci stava dietro (ampiamente recuperata in USA in questi ultimi anni), il mito dell'imprenditoria socialista di Olivetti, la narrativa dell'eccezionalismo italiano che si riverbera magicamente anche sulle competenze in fatto di sviluppo software e imprenditoria digitale. Elementi tuttavia troppo deboli per stare in piedi sulle proprie gambe e troppo disconnessi dalla supply chain tecnologica globale. L'ambizione di un'autonomia tecnologica italiana, tanto più se guidata dal basso, è ancora più irrealistica di un'autonomia tecnologica europea. Questa strada, a mio parere, è un vicolo cieco e confido che nessuno al momento la stia percorrendo.

Titanomachie e Venture Communism

Il movimento dei Tech Workers, sebbene molteplice e decentralizzato, è soggetto ad una tensione da parte di due energie ben distinte, idealmente allineate verso un obiettivo comune ma nella pratica spesso in competizione per le risorse e le competenze che il movimento può spendere.

Da una parte c'è la strategia di reazione: controllare o distruggere Big Tech, sindacalizzare l'IT, coordinare un intervento pubblico per indebolire o scorporare le aziende che ad oggi creano più danni alla società o che sfruttano più marcatamente i Tech Workers. Il punto di partenza è l'analisi e la critica alla situazione attuale e l'obiettivo finale è appropriarsi della macchina-sistema e piegarla al proprio volere, vuoi come collettività, vuoi specificamente come Tech Workers.

A ciò si contrappone invece una strategia creativa: la macchina attuale è perduta. Il programma è troppo ingarbugliato e opaco, è inutile provare a debuggarlo. Bisogna riscriverlo da capo. Se alcune voci di minoranza si immaginano uno scenario rivoluzionario con un'IT di stato progettato dall'alto e costruito a tavolino, molte altre sono all'opera per elaborare pratiche, creare imprese e imbastire progetti politici in grado di costruire una macchina nuova, indipendente, che si nutra delle forze, delle competenze, delle esternalità e talvolta del capitale stesso di Big Tech per trasferire valore dal sistema capitalistico ad un sistema parallelo, capace di avere un impatto virtuoso sugli individui e sulle comunità in forme non riappropriabili dal Capitale.

Portiamo un po' di esempi concreti: a livello locale, la strategia di reazione si materializza in lotte per la sindacalizzazione all'interno delle aziende, proteste a difesa dei diritti dei lavoratori, su questioni etiche, campagne di sensibilizzazione su specifici temi e scelte delle aziende come ad esempio contratti con i militari, lavoro politico all'interno di partiti e istituzioni e talvolta sabotaggi.

Il lato creativo invece si compone ad esempio di cooperative attive nello sviluppo del software più disparato, come ad esempio Loomio, FairBnB.coop o la nostrana Scuola Open Source ma anche in forma di piattaforma partecipata come Up and Go o addirittura reti di cooperative, come CoopCycle. Non solo cooperative, ma anche spazi di formazione culturale e discussione, estetiche utopiche come il SolarPunk e il LunarPunk, in cui l'elemento tecnologico è sempre centrale, o speculazione collassista, per cui la priorità è sfruttare la stabilità e il benessere relativo della nostra società per sviluppare il software e l'hardware che sarà necessario dopo il collasso della supply chain globale. Infine in questa categoria potrebbero ricadere tante pratiche meno consapevoli e che puntano ad aggiornare le ideologie hacker, FOSS e in generale di autonomia tecnologica verso una direzione più consapevole e magari più comunitaria. Ultima menzione va a tutto il mondo della CryptoLeft e della nuova cibernetica socialista, che con blockchain, IoT e tante altre innovazioni recenti e meno recenti cercano di creare, in piccolo, sistemi produttivi e monetari alternativi in maniera eterodiretta, esplorando “in vitro” i problemi e le opportunità offerti da un capovolgimento delle relazioni economiche.

La contrapposizione e occasionale compenetrazione tra queste due pulsioni è fondamentale per interpretare le azioni e le iniziative dei Tech Worker. Risolvere le frizioni ed elaborare una strategia condivisa, concettualizzando come queste due macro-strategie possano interagire virtuosamente è un'altra delle questioni irrisolte di questo movimento: se è chiaro che entrambe abbiano punti di forza tali per cui non sia possibile considerarne soltanto una, molto meno chiaro è come possano sviluppare sinergie. Oggi la mediazione si riduce a dare priorità maggiore ad una delle due: abbattere Big Tech per permettere ad un nuovo tessuto produttivo tecnologico di fiorire o creare un'alternativa solida per togliere ossigeno alle corporation fino a soffocarle?

Questa dualità tuttavia permette al movimento di presentarsi in forme diverse nelle varie realtà locali. Un esempio banale è proprio l'Italia: la battaglia contro le aziende di consulenza di per sé non è sufficiente a costruire un progetto politico ma al più una campagna di sindacalizzazione, fatta di obiettivi piccoli e, nel migliore dei casi, di vittorie piccole. Per un sindacalismo nostrano già carente di ambizioni, accontentarsi di piegare queste aziende a concedere un po' più di salario e rispettare gli orari probabilmente si rivelerebbe una strategia inconcludente, incapace di ispirare i lavoratori alla mobilitazione.

Un'altra dimensione di conflitto che i Tech Workers fanno propria, al netto dei limiti della loro prospettiva internazionalista, è l'idea di una coordinazione di scioperi e proteste su scala mondiale. Lo sciopero globale di Google del 2018 è stato una “Proof of Concept” su come coordinare i lavoratori di una multinazionale verso azioni distribuite su più continenti, mostrando come la rete umana e digitale presente in queste aziende e necessaria allo sviluppo di tecnologie software potesse essere dirottata e piegata a scopi di agitazione. Il tempo ci dirà se il C-level di queste grandi aziende sarà in grado di controllare e monitorare le reti interne senza perdere la fiducia dei dipendenti e la produttività che deriva dal libero flusso di informazioni.

Il passo successivo, sogno proibito del sindacalismo da tempo immemore, sarà la costruzione di reti e strumenti capaci di coordinare sforzi attraverso la supply chain globale, composta di aziende diverse, lavoratori con valori e culture talvolta inconciliabili e relazioni di produzione eterogenee. Il Tech Worker, custode ed ingegnere del flusso di informazioni, inevitabilmente immerso in una dimensione di produzione globale, ha le carte in regola per fornire un nuovo approccio che si vada ad integrare con i vari tentativi presenti e passati di formazione di un vero sindacato globale.

L'utopia è il compromesso

Il conflitto deve avere obiettivi chiari e necessariamente utopici. Serve qualcosa di più, serve un'alternativa: spendere 8 ore al giorno invece che 9 a costruire un orrido accrocchio che decide chi è meritevole di un prestito e chi no è un miglioramento, ma non un miglioramento per cui vale la pena mettersi in gioco. La fuga individuale dal tritacarne sarà sempre una soluzione più vicina, più facile, più razionale. A questa battaglia mancano i toni epici che possono convincere un lavoratore di Google a restare e combattere: un cambiamento negli equilibri di potere in Google può riverberarsi sulla vita di miliardi di persone. Il privilegio della battaglia campale ci è precluso al di qua delle Alpi e quindi bisogna andare in un'altra direzione, più umile forse ma altrettanto ambiziosa: costruire qualcosa di nuovo, di utile, di soddisfacente per il lavoratore, di slegato dalle logiche perverse del settore IT. Al netto della sostenibilità economica delle alternative, un problema in Italia come altrove, i salari relativamente bassi del nostro paese rendono meno traumatica la prospettiva di una fuoriuscita dai circuiti produttivi dominanti: se in USA il lavoro nell'IT è spesso un patto col diavolo in cui in cambio di moneta sonante si chiede di chiudere un occhio sull'impatto del proprio lavoro, questo non è vero in Italia. Al tecnico nostrano è sufficiente dare una briciola di salario e sicurezza in più rispetto alla precarietà diffusa per tenerlo nei ranghi. Rinunciare a questa briciola in cambio di un'esperienza lavorativa nettamente migliore e allineata alla propria morale richiede uno sforzo chiaramente inferiore rispetto alla scelta di fronte a cui può essere posto un lavoratore americano.

L'incentivo però deve essere concreto e le alternative non possono basarsi sulla buona volontà e senso di sacrificio dei Tech Worker: sono imprescindibili una ridefinizione della narrativa e la proposta di un cambiamento concreto nell'IT e fuori, che si coniughino in maniera virtuosa alle aspettative e alle ambizioni dei Tech Worker. Le posizioni in difesa, il localismo, il compromesso, la gracile e stentorea opposizione all'avanzata del Capitale hanno intossicato il mondo progressista per decenni, all'inseguimento di una generalizzazione del cambiamento che non è mai arrivato. L'attitudine disfattista e l'auto-sabotaggio sono inconciliabili con la volontà di generazioni di tecnici educati alle potenzialità sconfinate della tecnica.

Il mondo politico e sindacale non può più rimandare il dialogo con questi lavoratori per orientarli alla democrazia e alla solidarietà che mancano nel loro curriculum. In questo dialogo, mi auspico, i progressisti potrebbero ritrovare la volontà di pensare in grande, di immaginare utopie e al contempo di appropriarsi del pragmatismo ingenuo e talvolta irresponsabile che permea l'ethos dei Tech Worker: meglio provare cento volte e fallire novantanove volte che non provare per paura di sbagliare, di ripetere gli errori di chi è venuto prima di noi, di umiliarsi di fronte ai nostri pari, di sprecare le nostre energie e quelle altrui. La libertà di sperimentare e di sbagliare, la libertà di reinventarsi, la libertà di non farsi appesantire da un bagaglio ideologico ingombrante sono necessarie per generare nuove forme, nuove idee, nuove strategie ed è troppo importante per lasciarlo agli startupper della Silicon Valley e alle nuove destre.

Questo articolo è parte di una serie che sperabilmente porterà alla creazione di un articolo aperto sul tema della disseminazione tecnologica e la narrativa su come è compresa e svolta in occidente. Gli articoli saranno leggibili indipendentemente uno dall'altro o come un corpo unico.


Letture propedeutiche:

The Californian Ideology


Traduzione dell'articolo in lingua originale


Il termine “hacker” è stato utilizzato da così tanti individui e movimenti che oramai è totalmente priva di significato. Sebbene all'origine il termine indicasse un ristretto gruppo di appassionati di tecnologia, lentamente prese ad evolversi per indicaure un'intera sottocultura, successivamente frammentatasi in una costellazione di movimenti tecno-politici. Negli anni, il termine venne pienamente assorbito dalla startup-culture. Diventò un termine utilizzato sia dai lavoratori tecnici che dai manager per identificarsi in un'idea di successo come definito dall'Ideologia Californiana. Lo sforzo imprenditoriale venne quindi rappresentato come un attacco allo status quo, al buon senso e ai vincoli che limitano i concorrenti (pensare out of the box). L'hackerismo diventò quindi un elemento di auto-promozione, personale e aziendale.

Ad oggi il termine viene utilizzato nei media mainstream soprattutto per identificare gli hacker che lavorano nell'ambito della sicurezza o utilizzato in modo improprio per identificare i cracker professionisti o non professionisti. Il termine è stato riappropriato da svariati attori del panorama tecnologico, sociale e politico al punto che un tentativo di comprensione della parola pone di fronte a contraddizioni apparentemente inconciliabili. Che cosa ha a che fare un “growth hacker” (fondamentalmente un businnes analyst con la polo invece che con la cravatta) con un hacktivista che cerca di distruggere il capitalismo neoliberale attaccando le banche o sviluppando un'applicazione di messaggistica? Sono imparentati con un esperto di sicurezza cinese che cerca di distruggere le infrastrutture di qualche azienda americana?

“NO!” urlerebbe l'hacktivista: “Io sono l'unico degno di usare questa parola, perché essere un hacker significa essere contro il sistema”. Lo sviluppatore startupparo invece risponderebbe: “Zio, anche io sto combattendo il sistema. La mia company sta cercando di rivoluzionare il mercato dei filtri per le docce. Questo settore è una mafietta di vecchi capitalisti che non ha mai provato a migliorare il prodotto. Li butteremo fuori e creeremo un mondo di docce migliori.” L'hacker cinese non parteciperebbe proprio alla discussione perché non gli interessa nulla di queste ideologie e si è semplicemente ritrovato l'etichetta appiccicata addosso dagli occidentali.

Ci sono tante categorie a cui piace farsi chiamare hacker ma l'obiettivo di questo articolo è parlare di uno specifico sottoinsieme che ora proveremo a definire. Alcuni li chiamerebbero “hacktivist”, ma è un termine ancora troppo largo. Ci interessano specificamente quegli hacker che si percepiscono come politicamente impegnati, consapevoli e orientati su posizioni progressiste, intese nel senso più lasco e superficiale del termine: espandere i diritti naturali o artificiali a quante più persone possibile.

Tra questi vogliamo considerare solo quelli che operano attivamente nell'analizzare sistemi tecno/sociali o artefatti tecnologici, oppure per svilupparne di nuovi. Vogliamo lasciare fuori da questa discussione quelli che non sono politicizzati e quelli che mantengono posizioni reazionarie, pro-capitaliste o apertamente razziste. Lasciamo fuori inoltre tutti quei cracker (individui o collettivi) che negli ultimi decenni hanno attaccato sistemi industriali e governativi per estrarre e pubblicare informazioni sensibili che, secondo loro, dovevano essere condivisi con il pubblico. Menzioniamo come esempio Phineas Fisher.

La prospettiva hackerista

Considero l'identità hacker una potente fonte di motivazione. Catalizza la produzione di tecnologia all'esterno dei processi convenzionali di sviluppo tecnologico. Considero inoltre questa identità come indissolubilmente legata ad un pesante bagaglio ideologico e metodologico che, in ultima analisi, limita l'impatto della “tecnologia hackerata” alla liberazione delle persone e al miglioramento delle loro condizioni materiali, psicologiche e spirituali, un miglioramento che è spesso l'obiettivo dichiarato di molti hacker.

Definiamo la prospettiva hackerista:

La prospettiva hackerista è un tentativo di alterare la tecnologia per ragioni politiche tramite una ridefinizione dell'uso di artefatti tecnologici senza curarsi di modificare il processo che ha prodotto tale tecnologia.

Segue come corollario: I processi e i sistemi che producono tecnologia vengono messi in discussione, attaccati, conquistati, ma mai ridefiniti.

La prospettiva hackerista è per definizione anti-politica, poiché ridefinire processi e sistemi richiede un'attività politica per convergere verso un compromesso. Uno specifico modo di usare una tecnologia è codificato dalla struttura sociale che la utilizza. Tale uso codificato non può essere inserito nell'artefatto stesso senza modificare il contesto sociale.

La prospettiva hackerista non è in grado di contemplare questo tipo di complessità: per continuare a dare valore e significato agli sforzi della collettività hackerista, finisce per riutilizzare, ribaltandoli, i miti dell'Ideologia Californiana. Dove la Silicon Valley infonde nella propria tecnologia un Potere salvifico, l'hacker vede una Divinità del Controllo. Nuove tecno-divinità, più pure, più morali vengono create dall'hacker per liberare gli umani dall'oppressione degli antichi tecno-demoni, corrotti e malvagi, creati dalle corporation.

Restringere le proprie pratiche al piano tecnico e cancellarne le implicazioni sociali e ideologiche è l'unica opzione disponibile dopo aver abbracciato una visione del mondo che vede la battaglia per la libertà come un conflitto di competenze tecniche. Uno scontro macista di intelletti individuali o collettivi invece che un conflitto fluido di corpi e comunità umane contro il capitale.

La prospettiva hackerista nel mondo reale

Il mondo intorno a noi come viene influenzato dalla prospettiva hackerista? Come influenza la controcultura Tech? Come influenza gli artefatti che vengono prodotti? È una categoria vuota o una categoria utile a rifuggire gabbie ideologiche?

Essendo un'identità liquida e mancando di una struttura chiara ed organizzata, la comunità hacker è difficile da ridurre ad uno specifico gruppo di persone, obiettivi e progetti perciò è necessario utilizzare categorie più precise.

Partiamo da un fatto: un gran numero di attivisti in giro per il mondo vogliono resistere all'impatto negativo della tecnologia sulle nostre vite e vogliono limitare lo strapotere del mondo corporate sulle società, gli individui, le masse organiche e gli spazi in tutto il mondo. Buona parte di questi si identifica come hacker o hacktivist. A questa moltitudine di prospettive, prese come un'entità unica, si possono attribuire sia i successi sia i fallimenti nei diversi obiettivi in cui la moltitudine si riconosce.

Il bilancio di questa impresa collettiva hackerista è profondamente negativo. Oggi la multitudine hacker è incapace di produrre alternative pervasive, produrre soluzioni accessibili e scalabili e in ultimo, contrattaccare all'interminabile invasione degli spazi pubblici e privati da parte di Big Tech. Come molta della sinistra post-sessantottina, gli hacker sono contenti di resistere all'assalto, rallentando leggermente le forze capitaliste che continuano ad operare ad un livello e con un'intensità irraggiungibile per la “Resistenza”. Il risultato è la creazione di piccoli spazi di sicurezza che diventano sempre più difficili da difendere e a costi di manutenzione sempre più alti.

Prendiamo ad esempio la comunicazione sicura tramite internet. La moltitudine ha prodotto negli ultimi anni numerose soluzioni usabili per permettere di scambiare messaggi e file in maniera relativamente sicura a tutte le persone con dimestichezza tecnica senza bisogno di investire troppo tempo nella configurazione dei propri sistemi. Sebbene questo risultato sia estremamente efficace nel proteggere i membri della moltitudine e altre figure come giornalisti, whistleblowers e dissidenti politici, sembra incapace di generalizzarsi e raggiungere le massi. Probabilmente molti hacker vi direbbero che questo non è mai nemmeno stato un vero obiettivo. I pattern di localismo prefigurativo collassato in sistemi di valore autoreferenziali è identico a quelli che si possono osservare in tante nicchie della Sinistra.

L'incapacità di generalizzare e scalare le proprie soluzioni (con qualche eccezione tra cui alcuni Free Software e design hardware come Arduino) sembra essere il pattern comune in tutte le “battaglie tecnologiche” combattute dalla moltitudine. Un cambiamento che è ristretto ad una élite di persone tecnicamente competenti è un cambiamento che non è né duraturo né profondo. Riprodurre all'infinito la propria indipendenza personale da Big Tech non è una battaglia per la liberazione dell'umanità. Allo stesso modo, l'elaborazione teorica o l'analisi in ambito accademico che fallisce nel produrre risultati nel mondo reale è nulla se non un atto masturbatorio eseguito da una classe media di accademici, artisti e operatori culturali. È forte e un po' inquietante la somiglianza tra questi due mondi, la moltitudine hackerista e la moltitudine politico-culturale della sinistra occidentale, nonostante abbiano radici molto diverse.

La prospettiva hackerista è sufficiente per spiegare questa limitazione: operando esclusivamente a livello tecnico puoi ottenere solo determinati tipi di succcessi e gli altri vi sono preclusi. In aggiunta, esiste una sequela di soluzioni tecniche molto in voga a cui gli hacker attribuiscono potere liberatorio: il free software, le soluzioni decentralizzate, le soluzioni federate, la cifratura delle comunicazioni, la computazione lato client finalizzata alla data ownership e così via.

Di recente le soluzioni federate sembrano essere particolarmente di moda. Vengono riposte grandi speranze in Mastodon, un clone federato di Twitter che replica in larga parte l'esperienza utente e l'interfaccia di un software progettato per estrarre dati dagli utenti e farli interagire in maniera rapida, conflittuale e tossica di modo da massimizzare l'engagement e l'attenzione. La maggior parte di queste scelte di design sembra non esser stata messa in discussione. Questo non sembra comunque essere un problema dato che la maggior parte delle istanze sono popolate o da persone LGBTQ+ o attivisti di sinistra o hacker. E ovviamente fascisti: neo-nazi, suprematisti bianchi, libertari di destra e così via. Siccome non gli è consentito organizzarsi su piattaforme commerciali, fanno uso di qualsiasi tecnologia che riesca a dargli libertà dal sistema di controllo della società liberale. Uno scenario per cui Mastodon sembra non avere contromisure efficaci e una conseguenza inaspettata della creazione di questo software. Come sempre, il creatore della tecnologia non sarà ritenuto responsabile per aver dato uno strumento utile ai fascisti. Inoltre non sembra esserci evidenza che Mastodon sia in grado di frammentare il controllo sulla rete tra le varie istanze: tolte le bolle isolate di estremisti di destra, le istanze di grosse dimensioni sono pochissime e la distribuzione è estremamente squilibrata, con le istanze piccole fondamentalmente inutilizzate se non da una manciata di utenti.

La prospettiva hackerista contro la prospettiva olistica: Mastodon vs FairBnB

Mastodon rappresenta un ottimo caso di studio per l'ingenuità della prospettiva hackerista. Per comprendere però perché la prospettiva hackerista è davvero problematica, penso sia utile guardare ad un altro esempio di software che punta alla liberazione ma che approaccia il problema da un punto di vista molto differente: FairBnB.

FairBnB è un tentativo di creare un'alternativa solidale e non distruttiva ad AirBnB. L'idea è di usare un modello di business più equo, investendo in comunità locali, rispettando la data ownership e provando a costruire una piattaforma di proprietà sia dei lavoratori che degli utenti. Al momento della stesura dell'articolo FairBnB non è ancora aperta al pubblico ed è troppo presto per dare un giudizio sulla sua efficacia, ma al momento non è ciò che ci interessa.

Mastodon e FairBnB si posizionano agli estremi opposti dell'arco della liberazione tecnologica. Se Mastodon inizia il suo viaggio con una domanda tecnica, FairBnB lo inizia con una domanda politica e sociale. “Possiamo rendere Twitter federato per liberarne gli utenti?” vs “Possiamo liberare le città dai danni creati dal turismo di massa?”. Una volta data risposta alla seconda domanda, è facile implementarne la risposta con strumenti tecnici. Non è però vero il contrario: una volta prodotto un artefatto tecnologico come Mastodon è impossibile ridefinirne le politiche. Un'analisi critica dell'impatto politico di Mastodon probabilmente lo giudicherebbe come inutile, ma un'attitudine simile non verrebbe mai davvero abbracciata dallo sviluppatore principale o dalla community, perché troppo ardua da contemplare.

Non è un caso che questi due artefatti software differiscano così tanto nelle intenzioni e nell'implementazione. Arrivano da due mondi con ideologie contrastanti. Mastodon rappresenta la prospettiva hackerista e come abbiamo discusso prima, si affida per fede al potere liberatorio della tecnologia. Di contro, FairBnB proviene da un'analisi più tradizionale delle dinamiche di potere nelle economie locali e globali, da una critica al capitalismo delle piattaforme e da un desiderio di creare servizi comunitari, tutte caratteristiche di quegli ambienti di sinistra che cercano di costruire una relazione virtuosa con la tecnologia digitale. Tuttavia la consapevolezza che la riappropriazione tecnologica possa essere utilizzata come arma contro il Capitale sta crescendo di giorno in giorno: FairBnB rappresenta uno degli esempi di questo rinnovata alleanza tra tecnologia e la Sinistra.

Fine della parte 1: La parte due, contenente una pars construens, seguirà a breve.

Come complemento alla mia famigerata Guida anti-inculata mi è stato suggerito più volte di creare una lista di red flag, di cose da osservare e chiedere quando si fa un colloquio in un'azienda per capire se si deve scappare a gambe levate o se vale la pena procedere.

Avrei potuto scrivere una lunghissima guida con una trattazione esaustiva di decine di punti e del perché dovrebbero farvi rizzare le antenne, corredati ognuno da riflessioni sulle relazioni di potere tra dipendenti e datori di lavoro, differenziando le porcherie che fanno i piccoli imprenditori di provincia da quelli che fanno gli startuppari, le grosse aziende di consulenza, in Italia e all'estero. Sarebbe stata una palla immonda, sia da scrivere che da leggere, e non avrebbe aiutato nessuno. Ci teniamo l'idea per un'altra volta.

Ho quindi preferito fare una semplice lista per punti di cose che mi fanno arricciare il naso. Ognuna ha un suo peso specifico e sta a voi decidere quante di queste cose sono tollerabili, in base alla vostra situazione personale, all'offerta di lavoro nella vostra zona e alla vostra competenza relativa. Spero di invitarvi a riflettere su come ognuno di questi punti nasconda fregature e a mettere in discussione le cose che vi raccontano gli HR, così da imparare a tutelarvi.

La lista è riportata in ordine sparso ed è HARDCORE, nel senso che poche aziende soddisferebbero tutti i punti, perciò prendetela come tale. Ma come diceva Dodò dell'Albero Azzurro (mi sembra fosse lui): “Sii realista, pretendi l'impossibile.”

Cominciamo!

Red flag nella struttura e cultura aziendale

  • stime fatte dai project manager
  • “cerchiamo persone che sappiano lavorare sotto pressione”
  • normalizzazione di orari oltre le 8 ore al giorno (ovviamente con straordinari non retribuiti)
  • una qualunque delle frasi de Il Consulente Imbrutito (1) ma pronunciata seriamente
  • “abbiamo clienti molto esigenti”
  • niente RAL negli annunci
  • test tecnico a casa che richiede più di un paio d'ore (magari in fase iniziale del colloquio)
  • sguardi nervosi se si nominano i sindacati (sopratutto con HR e management)
  • “siamo tutti una grande famiglia” (ricordatevi che per molti “famiglia” vuol dire che il padre è padrone e chi disobbedisce si prende la cinghia)
  • mancanza di un tempo esplicitamente dedicato a progetti personali e studio
  • se siete junior, mancanza di un piano chiaro di progressione di carriera
  • sempre se siete junior, condizioni poco chiare di affiancamento in fase iniziale (che di solito è sinonimo di “buttalo in acqua, imparerà a nuotare”)
  • il management decide membri dei team e team leader (magari senza nemmeno una consultazione informativa)
  • battute da spogliatoio della primavera dell'Atletico Disagio durante il colloquio
  • il management decide i progetti da prendere in maniera non trasparente
  • la strategia aziendale a lungo termine non è condivisa e discussa con i lavoratori (sempre che ci sia, perché a volte nessuno sa dove si sta andando)
  • i team non possono decidere la propria organizzazione interna o i processi di sviluppo
  • open space, magari pure con i sales nella stessa stanza
  • hot desking (ovvero non ci sono abbastanza scrivanie per tutti)

Red flag tecniche o organizzative:

  • non è possibile fare deployment del prodotto/progetti in corso in un click
  • non è possibile ricreare l'intera infrastruttura in un click (questa ammetto che è veramente rara)
  • presenza di sviluppatori full-stack (detti anche: faccio tutto e lo faccio male)
  • machismo tecnico (“c'è un solo modo giusto di fare le cose, il nostro” oppure “noi siamo l'1%, i migliori tra i migliori”)
  • Kanban (edit: siccome questo punto ha raccolto tante domande dopo la pubblicazione, ci aggiungo un approfondimento)
  • “cerchiamo di fare agile, ma sai com'è, i clienti vogliono sempre modifiche al volo e non ci riusciamo mai”
  • processo di code review non strutturato o non chiaro in termini di ruoli e obiettivi
  • “vorremmo usare $(tecnologia ormai standard da 10 anni) ma non abbiamo mai avuto l'opportunità”
  • meccanismi di ownership poco definiti o poco chiari tra i vari team

Se non siete d'accordo su qualcuno di questi punti, potete insultarmi su Twitter come @SimoneRobutti o su gambe.ro come @chobeat.

(1) Lo so che la pagina si chiama “Il Consulente Imbruttito”, con due “t”, ma la parola si scrive “imbrutito”, con una “t” sola e l'ho deliberatamente scritta con una “t” sola. Questa è una polemiketta dell'internet milanese totalmente irrilevante e potenzialmente ridicola per chiunque viva fuori dalla circonvallazione interna, quindi fate finta di niente.

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