Un'introduzione al Tech Workers Movement

In questi ultimi anni avrete probabilmente letto notizie su proteste e scioperi nelle grandi aziende tecnologiche americane. Perché c'è così tanta attenzione per organizzazioni di lavoratori che producono azioni tutto sommato piccole rispetto ad esempio allo sciopero indiano che ha coinvolto circa duecento milioni di contadini ed è durato quasi un anno? Perché uno sciopero di poche centinaia di dipendenti Google o il processo di sindacalizzazione di un magazzino Amazon in Alabama ricevono visibilità e analisi in tutto il mondo?

Cercheremo in questo breve e semplice post di fornire alcuni pezzi necessari a comporre un puzzle complicato e in continua evoluzione anche dal punto di vista di chi, come me, è immerso nell'argomento. Copriremo un po' di punti sparsi necessari a comprendere questo periodo di mobilitazione dei tech worker e, magari, a parteciparvi.

Partiamo dalle basi: chi sono i tech worker? Il termine viene usato solitamente per identificare chiunque lavori direttamente per un'azienda tecnologica, come ad esempio programmatori, designer, sistemisti o magazzinieri nel caso di Amazon, oppure indirettamente, come molti rider che fanno consegne, i produttori di contenuti di Youtube o Twitch o i guidatori di Uber. In una definizione molto più ristretta, include solamente le professionalità tecniche e creative direttamente coinvolte nel processo di creazione della tecnologia. La prima definizione è più comune tra chi si occupa di questi temi mentre la seconda è usata implicitamente dai media e lentamente anche da molti lavoratori per identificarsi come categoria.

Perché quindi ricevono un trattamento speciale? Soprattutto perché lo ricevono categorie come ad esempio i programmatori che sono considerate tutto sommato benestanti se non fortemente privilegiate? Iniziamo col dire che la narrativa che riduce i tech worker ai soli programmatori e li rappresenta come ragazzini, rigorosamente maschi, geniali e strapagati, pieni di gadget tecnologici, con una passione per Star Wars e scarse skill sociali è una narrativa che di sicuro non racconta il mondo tech di oggi, né in Italia, né all'estero. Esistono indubbiamente figure di questo tipo, ma sono una frazione ridotta di un'industria che coinvolge professionalità diverse, con background e storie eterogenee, persone di tutte le età e i generi ma soprattutto lavoratori e lavoratrici con salari e condizioni di lavoro estremamente differenti tra loro, anche all'interno della stessa sotto-categoria e a parità di competenze. Il settore, in Italia come all'estero, a Palermo come a Mountain View, non è esente dai problemi comuni ad altri settori: sfruttamento, precarietà, salari bassi, caporalato (il famoso body rental di cui si parla ogni tanto in Italia) e via discorrendo.

Ciò ridimensiona la retorica che vuole i tech worker come una categoria benestante e ci dà l'idea che lo scontento sia forte anche e soprattutto per questioni materiali. A questi poi si aggiunge il malcontento di chi invece privilegiato lo è, come molti programmatori e programmatrici che per spirito di solidarietà o banalmente per mantenere il proprio benessere decidono di sindacalizzarsi da una posizione di forza. A questo si aggiungono le speranze tradite dall'industria tecnologica, che aveva promesso a queste figure di cambiare il mondo in meglio e per anni le ha fatte lavorare a cose inutili se non dannose, mentre il mondo fuori andava in pezzi.

Dicevamo: perché tanta attenzione? Possiamo identificare una serie di motivi:

Ora, come si organizzano i Tech Worker? Come conducono le loro azioni e come portano avanti le loro rivendicazioni? Abbiamo prima accennato un timido paragone con la classe operaia dell'800. Quindi i Tech Worker fanno scioperi selvaggi, vanno a picchiare gli industriali con le spranghe e danno fuoco alle sale server? Ovviamente no, o perlomeno non di solito. Lavoro cognitivo, lavoro di piattaforma, nuove forme di delocalizzazione e frammentazione del lavoro richiedono nuovi modi per trasformare in cambiamento il potenziale che ogni lavoratore ha quando si mette insieme ai suoi pari.

Ciò a volte prende forme simili a quelle tradizionali, come ad esempio i “walkout”, scioperi di poche ore volti non a danneggiare direttamente gli introiti dell'azienda, che spesso non risentono di poche ore o pochi giorni di interruzione del lavoro, ma mirati invece a danneggiare l'immagine dell'azienda, cercando di entrare nel ciclo mediatico e allontanare i clienti, giungendo così al danno economico di lungo periodo che servirà a convincere l'azienda a dare ai tech worker ciò che vogliono. Lo stesso principio è applicato anche a tutte quelle forme di interruzione della produzione, ad esempio in Amazon per il Black Friday o sulle piattaforme di Food Delivery negli orari di punta, che cercano di interrompere il servizio in periodi specifici in cui gli utenti siano massimamente sensibili al disagio prodotto e, di nuovo tramite le notizie sui media, collegare il disservizio al comportamento sfruttatorio dell'azienda.

A volte invece si utilizzano strategie che in passato erano meno comuni, come ad esempio il whistleblowing, ovvero, in questo contesto, il rilascio di informazioni aziendali di interesse pubblico da parte dei dipendenti. Dalle grandi rivelazioni sulla NSA Americana che spiava civili innocenti a più modeste denunce di mala gestione dei dati di qualche azienda o pubblica amministrazione di provincia, il whistleblowing permette al lavoratore di utilizzare il proprio coinvolgimento in attività illegali o immorali come arma contro il proprio datore di lavoro, raddrizzando ciò che percepisce come una stortura tramite l'intervento di attori esterni, come lo Stato o l'opinione pubblica. Spesso questi casi coincidono con o anticipano ondate di organizzazione e proteste: altri dipendenti, scoprendo o prendendo consapevolezza dei meccanismi in cui sono coinvolti, compiono il passo decisivo per uscire dalla passività.

Esistono poi tutta un'altra serie di strategie più sperimentali e meno consolidate con cui si sbizzarrisce l'estro creativo di programmatori e designer o l'inventiva di un rider. Pensiamo ad esempio al “sabotaggio legale” di Seth Vargo che per protestare contro l'agenzia che in USA gestisce i campi di concentramento degli immigrati al confine col Messico, al centro di tante polemiche delle amministrazioni Trump e Biden, ha cancellato un plugin open-source da GitHub, rompendo centinaia di sistemi aziendali automatizzati che dipendevano da tale plugin e portando i loro sistemisti a leggere un breve messaggio che spiegava i motivi della protesta. Oppure pensiamo alle Critical Mass dei rider, biciclettate di gruppo coincidenti con un'interruzione del servizio e volte a rallentare il traffico cittadino, dando così visibilità alle loro condizioni di lavoro tramite cartelli e megafoni.

Infine è importante notare come sia un movimento globale: ciò è inevitabile se l'industria in cui operi può spostarsi e ristrutturarsi in maniera più facile di altre e se la forza lavoro di una stessa azienda, o spesso di uno stesso team, è distribuita su più continenti. Si sono visti scioperi congiunti in Google, scioperi globali in Amazon e molte organizzazioni come Tech Workers Coalition o Game Workers Unite hanno sezioni in tante nazioni diverse pur essendo organizzazioni molto giovani. Non è nemmeno un fenomeno del cosiddetto Global North, avendo visto azioni di grande rilevanza da parte dei lavoratori tech cinesi con le campagne legate a 996.icu: “dalle 9 alle 9, 6 giorni alla settimana ti portano all'ICU (Intensive Care Unit, la terapia intensiva)”, supportati in occidente dai colleghi di Microsoft e GitHub che hanno sventato un intervento dei manager che volevano rimuovere dalla piattaforma GitHub il materiale delle proteste, diffuso tramite tale piattaforma poiché non sottoposta a censura in Cina. Ci sono inoltre sezioni in India di Tech Workers Coalition, movimenti di programmatori in Nigeria, Brasile e sicuramente tanti altri paesi le cui organizzazioni non hanno ancora raggiunto gli onori della cronaca. Le proteste e gli scioperi dei rider poi, sono oramai pressoché ovunque: dall'America Latina ad Hong Kong, da Los Angeles a Torino.

Spero con questo breve pezzo di aver dato alcune coordinate e aver circoscritto quello che ormai viene chiamato da alcuni anni “Tech Worker Movement”. Ci sarebbe ancora molto da dire sugli obiettivi e le pratiche di questo movimento ma per ora è meglio fermarsi qui. Per chi volesse invece approfondire il tema, concludo con alcuni puntatori interessanti in ordine sparso.

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